lacrime…

“‪E piangerà suo padre e sua madre per un mese…” (Deuteronomio 21, 13) Questo versetto, come hanno scritto altri amici e maestri, si riferisce al percorso materiale e spirituale che la prigioniera non ebrea avrebbe dovuto vivere in casa del suo probabile futuro marito nonché uomo che l’aveva fatta prigioniera. Un percorso che da un lato frenava e limitava l’agire di un uomo in guerra, evitando il proliferare di violenza, e dall’altro pur imponendo alla prigioniera una conversione suo malgrado, le donava uno status matrimoniale di estremo rispetto. I sentimenti e il rapporto di eventuale amore tra la prigioniera e il soldato che l’aveva condotta con sé sono messi da parte, silenziati e il percorso di cambiamento identitario diventa preciso, puntuale e dignitoso, senza condizionamenti affettivi.
Nella prospettiva di questa dignità il pianto della prigioniera per i propri genitori assume significati e insegnamenti profondi. Rabbi Akiva interpreta questo pianto come un momento di superamento dell’idolatria nella quale la prigioniera era cresciuta, quasi a dire che “suo padre e suo padre” sono la cultura estranea che l’aveva vista bambina, ragazza, donna adulta. Una cultura che la prospettiva di conversione non vuole venga rimossa, ma deve essere metabolizzata e superata, anche attraverso il pianto, l’espressione più naturale del distacco, dell’addio. In realtà tutta l’apertura della parashà di Ki Tetzè è un preciso e puntuale elenco di gesti che la prigioniera avrebbe dovuto compiere per cambiare il proprio status, per entrare nel popolo ebraico non solo perché costretta dagli eventi bellici, bensì seguendo un percorso chiaro e profondo di trasformazione lontano da   condizionamenti e dall’influenza di legami personali.‬

Pierpaolo Pinhas Punturello, rabbino

(5 settembre 2014)