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Vittorio Dan Segre (1922 – 2014)
Storia di un ebreo fortunato

Vittorio Dan Segre - Storia di un ebreo fortunatoGli anni passano, ma il senso della misura, il rigoroso understatement resta quello degli antichi cavalieri del Roero, delle Langhe e del Monferrato. Fare molto e parlare poco. Agire in silenzio e chiudere in solitudine i conti del dare e dell’avere con l’esistenza. Per conoscere a fondo Vittorio Dan Segre non basta ascoltare il brillante saggista e studioso, l’amico fidato dei grandi leader di Israele e di protagonisti italiani come Indro Montanelli. Non basta nemmeno godere il privilegio della sua calda amicizia. Bisogna leggerlo, seguirlo in un itinerario di vita complesso e travolgente che lo ha visto testimone e protagonista. E andare al di là dei vividi saggi di politica internazionale che ne hanno determinato l’autorevolezza, fra i tanti “Il poligono mediorientale” (Il Mulino) e “Le metamorfosi di Israele” (Utet). Molti lettori, dalla prima apparizione quasi trent’anni fa, in Italia e altrove nel mondo (le traduzioni in diverse lingue non si contano) conoscono la “Storia di un ebreo fortunato” (oggi, dopo innumerevoli riedizioni Bompiani, disponibile nell’edizione curata da Utet). Dalla stagione dell’adolescente piemontese che a 16 anni, quando si profilava l’ombra delle leggi razziste e antiebraiche volute dal fascismo, prende in mano il suo destino, si imbarca da Trieste per la Palestina del Mandato britannico e si lancia in una nuova vita, la sua storia è quella di un ebreo fortunato. Protagonista e testimone di tutti i capitoli che hanno segnato un Novecento terribile e affascinante, a cominciare dalla costruzione dello Stato di Israele, voce autorevole nel mondo delle relazioni internazionali, delle grandi università, della politica, del giornalismo, Vittorio Dan Segre, non ha resistito alla tentazione di mettere nero su bianco scorci di vita indimenticabili. Storia di un ebreo fortunato ha segnato trent’anni fa la cerniera di un brano di vita immenso visto dagli occhi di un ebreo italiano. Le persecuzioni, la guerra, l’impegno per Israele, le trame della diplomazia negli anni della Guerra fredda, la riunificazione di Gerusalemme, il rovesciamento di mille minacce che incombevano sull’affermazione di un Israele forte e unito. Scampato a mille pericoli, osservatore ironico e talvolta distaccato di tante miserie e di tante grandezze umane, Segre raccontando la sua storia è riuscito a raccontare anche un frammento della storia e delle speranze di tutti noi. Dal colpo che gli bruciò una ciocca di capelli, partito accidentalmente dalla pistola del padre quando aveva cinque anni a quella donna dalmata testimone di orrori indicibili, che in un momento di intimità, sul finire della guerra, lo rassicura sussurrandogli: “Non aver paura, soldatino di piombo. La vita è più forte del male”. Un nuovo capitolo, fatto di altre avventure e colpi di scena è poi arrivato con “Il bottone di Molotov – Storia di un diplomatico mancato” (Corbaccio editore). In queste pagine Segre, all’indomani della terribile guerra di Indipendenza del 1948 con cui Israele conquistò l’aspirata libertà e ricacciò per la prima volta a prezzo di immensi sacrifici le minacce dei vicini arabi, è impegnato a costruire un paese e a scoprire se stesso. Nella lunga catena di responsabilità che pressavano una generazione di giovanissimi dirigenti dello stato appena nato piovono le responsabilità, da addetto stampa all’ambasciata israeliana a Parigi a direttore delle trasmissioni radiofoniche in lingua swahili per i paesi africani, da corrispondente di grandi testate giornalistiche da Gerusalemme a docente di Relazioni internazionali a Oxford, Boston, Stanford, Haifa, Milano e Torino. Un caleidoscopio incredibile di immagini, di personaggi piccoli e grandissimi visti da vicino, di avvenimenti che lasciano con il fiato sospeso.
Soprattutto l’ironia, quell’inimitabile senso dello spirito e quel gusto della vita di un uomo ancora attaccato al gusto di annodarsi la cravatta con i colori del suo reggimento, quell’armata di giovani che con l’uniforme di Sua Maestà Britannica risalì il Mediterraneo per liberare l’Europa, tornano nelle pagine di un altro libro eroico e sorprendente. In “La guerra privata del tenente Guillet” (in corsa da Corbaccio editore per la decima edizione in meno di dieci anni) Vittorio Dan Segre compie un nuovo, estremo gesto di cavalleria. E’ proprio il caso di usare questa parola quando si parla di un libro che costituisce un omaggio all’ufficiale di cavalleria Amedeo Guillet, comandante anche dopo la resa di Roma nell’Africa orientale italiana delle bande eritree che diedero agli inglesi filo da torcere. Segre gli darà la caccia per conto dell’esercito inglese, lo ritroverà a Napoli nel 1944 per combattere, questa volta dalla stessa parte, nella liberazione dalla vergogna nazifascista. Vivrà con lui un’amicizia fraterna, renderà infine omaggio alla sua vita da romanzo in queste pagine memorabili.
L’ultimo libro, un romanzo largamente autobiografico che tira le somme di tante vicende e chiude i conti con i tempi nostri, è già scritto. Sul suo titolo solo indiscrezioni, sulla data della sua apparizione non è ancora possibile azzardare una previsione. Chi ha potuto leggere il manoscritto in anteprima, assicura che contiene nuove pagine memorabili, nuove prove che la vita, nonostante le inevitabili sconfitte, è certo immensa, ma è anche davvero più grande di ogni male.

da Pagine Ebraiche, gennaio 2013

(28 settembre 2014)