Salvare i beni, salvare la vita

annafoaCome sappiamo dai verbali del Commissario governativo Silvio Ottolenghi, subentrato al presidente della Comunità di Roma Ugo Foà dopo la liberazione di Roma, le autorità comunitarie fecero murare nel pozzo del sotterraneo del Tempio parte degli arredi sacri e dell’argenteria. Altri arredi sacri furono messi in salvo in altro modo, mentre 25 volumi particolarmente preziosi furono nascosti nella Parrocchia di Santa Maria in Vallicella. “Che fu, crediamo, una delle pochissime precauzioni prese dagli ebrei”, commentava Giacomo Debenedetti. Ma queste precauzioni riguardavano degli oggetti, sia pur artisticamente e religiosamente significativi. Nulla riguardo alle vite degli uomini, donne e bambini della Comunità. Siamo a due settimane dalla grande razzia del 16 ottobre.
In una lettera scritta nell’immediato dopoguerra da Torino, una signora ebrea di poco più di cinquant’anni raccontava alla figlia emigrata negli Stati Uniti quello che era successo durante la guerra. La lettera parlava con dolore e rammarico degli scialli da preghiera di famiglia, depositati in Sinagoga e distrutti nel bombardamento del 1942, delle case bombardate o devastate di amici e parenti e della loro rimasta fortunatamente intatta, dei mobili e degli oggetti perduti o conservati da amici e famigliari. Lunghe descrizioni di oggetti cari o preziosi, scritte da chi era sopravvissuto vendendo i gioielli e gli oggetti di valore che possedeva. Poi nelle pagine successive questa signora passava a parlare delle persone: dei parenti deportati che non avevano ancora fatto ritorno, di quelli che si erano salvarti, di quanti erano morti di malattia o di vecchiaia durante la clandestinità, e fra loro uno zio e la propria adorata madre Emilia, delle loro peripezie per sfuggire ai nazisti, fughe, nascondimenti sotto falso nome. Il tono era accorato, dolente. Fra le altre sue annotazioni, una in particolare colpisce, “Oggi è tornato il giovane Primo”, scrive, dove parla di Primo Levi di cui era cugina. Ricordo che quando per la prima volta ho letto questa lettera nelle carte manoscritte di famiglia, ne sono rimasta turbata: come si faceva a parlare degli oggetti come se fossero importanti quanto le persone, o addirittura più delle persone? A mettere insieme il destino delle persone e quello delle cose?
Oggi, invecchiando, sono divenuta più comprensiva. Perché questo riferimento continuo agli oggetti perduti, alle case distrutte o lasciate nel caos dagli occupanti, è un motivo che torna continuamente ovunque, in tutte le memorie, le testimonianze, le interviste. E non solo degli ebrei, evidentemente, ma di tutti. Le memorie scritte sotto l’occupazione da una signora di estrazione borghese il cui marito, alto ufficiale, si trova in un campo di internati militari, parlano molto più che dell’ansia per la sua vita della possibilità di fare acquisti al mercato nero, della paura di avere la casa sequestrata, di oggetti acquistati a prezzo conveniente, di beni insomma più che di vite. E si tratta di un modello condiviso. Ne possiamo dedurre che anche quando ad essere in pericolo sono le vite, l’attenzione ai beni non diminuisce? Ma se questo occhio ai beni, agli oggetti materiali, è così diffuso, come non pensare che, almeno un po’, quest’ insistenza sugli oggetti perduti o a rischio di esserlo potesse avere significati più profondi di quello immediato dell’attaccamento alla “robba”? Che, insomma, il materiale potesse in realtà celare l’immateriale?
Così, nei processi del dopoguerra contro i fascisti delatori di ebrei a Roma, le deposizioni dei sopravvissuti e dei testimoni sono fitte di riferimenti alle cose. Innanzitutto, le case. Le case degli ebrei romani, dopo l’ottobre del 1943 e la grande deportazione del 16 ottobre furono date agli sfollati che venivano scacciati, man mano che il fronte si muoveva, dalla zona costiera a Sud di Roma. A Roma, le case bombardate furono infinitamente meno che a Torino o Milano, ma restava il problema di come gli antichi proprietari potevano ritrovarle: intatte o quasi o devastate, vuote di ogni cosa, depredate, fin prive degli infissi e dei vetri?
Alcuni degli sfollati romani convissero con gli antichi padroni di casa, nascostisi, che sovente passavano a casa a dormire una notte nel loro letto o a prendere alcune delle cose che possedevano e di cui avevano bisogno in clandestinità: lenzuola, posate, asciugamani.. Nell’andare a prendere a casa delle lenzuola o una pentola, il percorso non era, come ben sapeva chi lo compiva, privo di rischi. Rosina Di Veroli lo racconta nella sua lunghissima intervista alla Spielberg Shoah Foundation, dicendo di aver incontrato in una di quelle occasioni la Pantera Nera, cioè la spia Celeste Di Porto, che era stata sua compagna di scuola, anzi addirittura di banco. Celeste non le aveva denunciate, ma in altri casi proprio quel ritorno momentaneo a casa, a vedere cosa era successo, a prendere un oggetto di cui si aveva bisogno, poteva portare – e portò – all’arresto. Valeva davvero la pena correre tali rischi per l’oggetto in sé o c’era, nell’usare uno strumento di cucina appartenente alla propria casa, nel prendere le lenzuola su cui si aveva tanto dormito, un valore aggiunto a quello della cosa in sé: era la nostalgia, era la rimozione, era la dignità?
Sara Vivanti era una delle sopravvissute della casa di via Portico d’Ottavia 13, abitata solo da ebrei, dove metà degli abitanti trovarono la morte nella Shoah. Sara ha visto deportare il 16 ottobre sua madre e le sue sorelle, riuscendo a sfuggire per un pelo con sua figlia di dieci anni, Lisa. Poi, era stata presente all’arresto, nella loro casa, da parte dei fascisti della banda Ceccherelli, una delle bande specializzate nell’arresto degli ebrei, di quattro uomini della sua famiglia: suo padre, suo marito, suo fratello e suo cognato, tutti assassinati alle Ardeatine pochi giorni dopo. E ancora, un mese dopo, aveva visto arrestare suo figlio sedicenne e un altro fratello ed era sfuggita all’arresto solo perché i fascisti avevano lasciato in libertà le donne. Subito dopo, era fuggita da Roma con la figlia, ma prima aveva subaffittato l’appartamento stilando un elenco dei mobili presenti nella casa. Evidentemente, doveva esserci tornata, nonostante il rischio. Nel luglio 1944, e poi nuovamente nell’agosto, Sara denunciò il furto dei mobili del suo appartamento al Commissariato di Campitelli, indicando in Renato Ceccherelli e nei suoi inquilini gli autori del furto. Successivamente, il 5 maggio 1945, denunciò Renato Ceccherelli come autore dell’arresto dei suoi famigliari, tutti e quattro trucidati alle Ardeatine. Nello stessa circostanza, denunciava nuovamente nel Ceccherelli l’autore del furto dei mobili della camera da letto della madre, da lui data all’inquilino dell’ultimo piano, uno sfollato di Ostia, mentre individuava nei suoi inquilini e in un delatore chiamato Nino Policari coloro che avevano saccheggiato il resto della sua casa. Nella sua deposizione, si parlava anche di una cassetta di lampadine rubata, dopo l’arresto dei quattro uomini, da fascisti e tedeschi. Un povero furto, compiuto nella casa di persone che avevano un negozio di elettricità, che d’altronde fu svaligiato in quell’occasione, perché i fascisti si impadronirono anche delle chiavi. Eppure, Sara denuncia anche il furto di quelle lampadine. Un po’ come la famiglia Astrologo, che denuncia nel 1944 il furto dei propri tessuti da parte del podestà di Castel Madama per un valore di quasi mezzo milione di lire, ma non manca di segnalare anche il sequestro di un barile di dieci chili di acciughe salate.
Macchine e camioncini nascosti e trafugati, gomme sottratte, biciclette rubate , tutto questo ancora ricorre frequentemente nei processi, nelle testimonianze, nelle difese degli imputati.
Nelle interviste da me fatte a due signore, che avevano abitato nella casa di Portico d’Ottavia e che all’epoca erano bambine, molto rilievo ha il fatto di aver potuto riavere subito la propria casa, occupata da sfollati, e di averla riavuta in perfetto ordine ed intatta. “Tutto era a posto, mi hanno raccontato, niente era stato toccato”. Esattamente il contrario di quello che era successo, nella stessa casa, a Sara Vivanti, che non aveva trovato più nulla dei suoi mobili e delle sue cose. Ed è qui, in questo senso di sollievo di chi ritorna e trova che tutto è rimasto come prima, che nulla è stato toccato, che ho individuato una chiave per superare la dicotomia tra vite e robba e per reinterpretare l’attenzione alle cose, agli oggetti. Per chi si salvava dopo molte peripezie, l’aver ritrovato la casa intatta andava ben al di là di un fatto puramente materiale. La robba diventava un legame immateriale con il passato. “Quando siamo rientrati nella nostra casa, dice Silvana Ajò, abbiamo visto che avevano aperto i cassetti, avevano tirato fuori le nostre cose più intime, ad esempio quelle che noi non usavamo perché erano regali della maggiorità religiosa”. Il senso di violazione è molto forte, e non è una violazione materiale, è qualcosa di molto più profondo.
Vediamo un altro caso, non privo di stranezze, documentato nei processi del dopoguerra. La famiglia Astrologo abitava all’ultimo piano di via Portico d’Ottavia 13 e possedeva un magazzino di tessuti. Il 16 ottobre Amedeo e il fratello David si salvarono mentre la moglie di Amedeo, Virginia Sonnino, fu arrestata e deportata. Il 26 giugno il figlio di David, Riccardo, arrestato nell’aprile e detenuto a Fossoli, sarà anch’egli deportato ad Auschwitz dove morirà. Allo stesso giorno, per una strana coincidenza, risalgono le prime denunce degli Astrologo, nella Roma già liberata, per il furto dei loro tessuti. Poi, il 10 luglio 1944 Amedeo e David Astrologo con un loro socio, Cesare Polacco, sporgeranno formale denuncia alla Procura di Roma e all’Esercito alleato contro l’ex podestà di Castel Madama, paese a circa trenta chilometri da Roma, accusandolo di essersi impadronito della merce da loro trasferita a Castel Madama, del valore di 476.000 lire. La denuncia iniziava con un richiamo alla razzia del 16 ottobre: “Il 16 ottobre 1943 la polizia nazifascista iniziava nella città di Roma una razzia in grande stile contro gli ebrei per strapparli dalle loro case e trasportarli nei campi di concentramento del settentrione od adibirli ai lavori forzati e per impadronirsi dei loro averi”. E’ evidente che gli Astrologo non hanno idea di quello che era successo ai deportati del 16 ottobre. Tutto comincia, secondo la denuncia, con il sequestro a Castel Madama di un barile di acciughe salate di dieci chili appartenente ad Amedeo Astrologo, sotto il pretesto che non ne fosse stato pagato il dazio. Il 4 marzo un maggiore e due soldati dell’Esercito tedesco, accompagnati dal podestà, facevano irruzione nella casa in cui gli Astrologo abitavano, in via del Forno 12, e sequestravano tutta la merce, ammucchiata in una stanza, per portarla immediatamente presso il Comando Tedesco. Due giorni dopo, la merce veniva trasportata in Comune. Un terzo circa di essa veniva distribuita a prezzo stracciato agli abitanti, del resto, per un valore di 375000 lire, si impadroniva il Moreschini. Agli Astrologo era intimato di lasciare Castel Madama. A detta della denuncia, agli abitanti era stata lasciata solo la parte più andante della merce. Il tutto avrebbe indignato gli abitanti e suscitato “voci minacciose di patriotti i quali compivano altresì, contro i Tedeschi, atti di sabotaggio”, ai quali Moreschini avrebbe reagito minacciando di far fucilare come ostaggi tutti i capofamiglia. Gli Astrologo chiedono quindi che si proceda contro l’ex Podestà sia dal punto di vista penale che politico, e che si tenti il recupero dei loro beni.
Nel documento della difesa, Moreschini racconta come, a suo avviso, la faccenda era avvenuta: aveva ricevuto e protetto gli ebrei rifugiatisi nel paese, che con i loro commerci a borsa nera avevano suscitato l’ostilità degli abitanti. I tedeschi avevano attuato il sequestro, nonostante i suoi tentativi di evitarlo. I beni sequestrati erano stati venduti per sovvenire ai poveri e di nulla egli si era appropriato. Gli Astrologo non lo avevano nemmeno ringraziato per averli aiutati.
La difesa fa acqua da tutte le parti e rivela un’inadeguata conoscenza, a solo un mese dalla Liberazione, dei meccanismi della persecuzione, come quando riferisce del comandante tedesco che nel marzo del ‘44 vuole sapere dal Podestà chi sono gli ebrei presenti a Castel Madama senza muovere un dito per arrestarli, nemmeno quando ne sequestra la merce e accusa gli ebrei di “sabotare il regime e di danneggiare l’economia”. Il linguaggio, stranamente, sembra quello del periodo che precede l’occupazione non di quello che la segue. Ma lo stesso può dirsi delle deposizioni degli Astrologo. Nel dicembre 1944, David Astrologo depone che nel precedente gennaio, mentre lui e il fratello si trovavano a Milano per acquistare merce, il Podestà aveva convocato le “loro donne” intimando loro di lasciare il paese come “elementi indesiderabili”, misura poi, al ritorno dei due uomini, mutata nel divieto di commerciare in paese. In tutto questo groviglio di accuse e controaccuse, alcuni elementi emergono sia pur ipoteticamente: il primo è che gli Astrologo dovettero pagare a caro prezzo non solo il podestà ma anche, forse tramite lo stesso Podestà, il locale comando tedesco per restare a Castel Madama. Il secondo è che il Moreschini non si accontentò di quanto promessogli o datogli, ma si prese, approfittando della situazione, tutto il possibile. Il terzo è che questa situazione, una volta descritta in verbali giudiziari nel dopoguerra, viene reinserita in schemi inattuali, il che potrebbe spiegare l’assurdità dell’intera vicenda. Non solo, ma il linguaggio è decisamente antisemita, particolarmente nelle deposizioni dei testimoni a favore del Moreschini: ebrei irriconoscenti, dediti alla borsa nera, avidi e ingrati, questo il succo delle deposizioni dei testi. Quando si cominciava a parlare di commercio e di ebrei, si tornava con facilità allo stereotipo, anche dopo la Liberazione e il cambiamento del contesto politico.
In conclusione. L’attenzione ai beni e a quanto si era perduto non era solo degli ebrei, ma era uno stato d’animo generale che non era cancellato dal fatto che le bombe stessero distruggendo le città e la gente morisse o quasi di fame. In questo marasma, gli ebrei perdevano più degli altri, le loro case erano date agli sfollati solo perché erano case di ebrei, i loro magazzini sequestrati, tutto quanto possedevano non era più loro. I beni rappresentavano per loro, ancor più che per gli altri, un forte legame con il passato, con l’identità cancellata, con la vita precedente distrutta . Richiederli indietro era il ritorno alla vita, la riaffermazione del loro diritto a goderne, la proclamazione di non essere tutti morti, di non essere stati completamente distrutti. Così ora riesco a leggere quella lettera della signora torinese, mia nonna.

Anna Foa, storica

(Relazione tenuta in occasione dell’incontro internazionale “Il valore del Ricordo – La perdita dei beni e la Memoria” in svolgimento a Trieste)

(6 novembre 2014)