Orrore a Gerusalemme – Dolore, rabbia, indignazione
Dolore, rabbia e indignazione, queste le reazioni dopo il terribile attentato di ieri in una sinagoga di Har Nof a Gerusalemme: due terroristi palestinesi hanno fatto irruzione armati di asce, coltelli e pistole e hanno ucciso quattro rabbini durante la preghiera del mattino. Definiti ‘lupi solitari’, “dalle 7.01 alle 7.08 i due cugini Uday e Ghassan Abu Jamal, due ventenni di Gerusalemme Est – scrive la Repubblica – hanno dato la caccia dentro il grande palazzo che ospita la sinagoga e anche la yeshivah, urlando ‘Allah Akbar’. Di quei minuti di terrore restano le porte di vetro della sinagoga sforacchiate dai proiettili della polizia, una lunga scia di sangue nell’androne sul pavimento di marmo lucido, i libri che le vittime avevano in mano squadernati in terra maculati di rosso, come i tallit abbandonati sui banchi, occhiali spezzati in terra”. Le squadre speciali della polizia sono poi entrate in azione, uccidendo i terroristi e salvando gli altri uomini in preghiera. “Mentre il premier Netanyahu riuniva il gabinetto d’emergenza – continua Repubblica – e Hamas si felicitava con i killer, le strade si sono svuotate di colpo. (…) Gerusalemme somiglia sempre più a una città sul fronte di una guerra, con sei attentati e 12 morti in meno di quattro settimane”.
Maurizio Molinari su la Stampa racconta la reazione sconvolta del capo di Zaka, il gruppo di volontari che recuperano il resto dei corpi delle vittime, Meshi Zahav: “Abbiamo affrontato attentati con più vittime ma davanti a una sinagoga con il sangue ovunque, libri di preghiera in terra, talletot strappati ho pensato alla Shoah”. L’attacco è stato definito dalla radio israeliana “Il pogrom di Gerusalemme”. E mentre il rabbino capo YtzhaK Yosef chiede protezione per ogni sinagoga, “il premier Benjamin Netanyahu punta l’indice verso: Abu Mazen, Hamas e Jihad islamica che incitano all’odio, abbiamo pagato un prezzo alto di sangue alle loro bugie”.
“Servono il terrore e l’orrore per ricordare al mondo che la più antica delle sue ferite continua a seminare odio e a spargere sangue”, scrive oggi Franco Venturini sul Corriere della Sera, e continua: “Per misurare la vera portata bisogna soffermarsi sui dettagli. Obbiettivo una sinagoga all’ora di preghiera. Assassinati quattro rabbini macchiando di sangue le loro vesti rituali. E a pretesto della strage la presunta (e smentita) intenzione israeliana di cambiare le regole per pregare sulla Spianata delle Moschee. Come non vedere nello scontro religioso la motivazione principale di quanto è accaduto? E soprattutto, come non individuare nell’ombra dell’espansione dell’Isis e del suo fanatismo religioso la mano sciagurata che ha guidato i due cugini palestinesi, che li ha incitati a colpire in quella sinagoga gremita?”. Una strage rivendicata, continua Venturini, “dalle poco note Brigate Abu Ali Mustafa, adottate a loro volta dal Fronte popolare per la liberazione della Palestina che è una organizzazione debole con una base non si sa quanto autonoma a Gaza. In Cisgiordania Mahmoud Abbas ha condannato l’attentato. Hamas non ha rivendicato la strage ma ha detto di ‘comprenderla’ e in qualche caso l’ha elogiata, mentre manifestazioni di gioia e spari festanti risuonavano a Gaza. Netanyahu ha promesso una dura risposta e dovrà darla, ma si ha l’impressione che essa difficilmente colpirà la nuova, temuta minaccia: quella di un terrorismo diffuso, privo di vere e credibili etichette”.
A contestualizzare il luogo che ieri si è macchiato di sangue innocente, l’articolo di Stefano Jesurum sul Corriere della Sera: “Là, in alto, su una collina al confine occidentale di Gerusalemme dove il sole fa risplendere i casermoni tipici dei quartieri moderni. Là, in alto, in una delle numerosissime sinagoghe e yeshiva che affollano il quartiere di Har Nof – ventimila residenti, per lo più haredim, ultraortodossi. Là, dentro il tempio Kehilat Bnei Torah dove quattro ebrei che recitavano le preghiere del mattino sono stati assassinati insieme a un poliziotto”. Un luogo nel quale, scrive Jesurum, si va “a colpo sicuro”. “Per chi conosce superficialmente, almeno un poco, i quartieri degli haredim – che camminano veloci in strada per non rubare tempo allo studio, con i loro vestiti di foggia attica, le scuole talmudiche da cui esce perennemente il vociare della discussione continua, e le contraddizioni e le polemiche che suscitano nella società israeliana – non sarà poi così difficile immaginare quale silenzio sia calato immergendo contrasti politici, discussioni e proclami in uno spesso vuoto”.
Tra le persone miracolosamente salve dall’incubo dell’attentato a Gerusalemme, anche uno dei tanti italkim, cittadino di origine italiana, che vivono nella città: Nissim Sermoneta. Avvenire, tra le altre testate, raccoglie la sua testimonianza: “Ero raccolto in preghiera quando ho avvertito un rumore secco, come di una lampada che esplode. Trenta secondi dopo mi sono riavuto dalla sorpresa. Ho visto uno degli attentatori. Gli ho scagliato una sedia in testa per ostacolarlo. Poi gli ho gettato anche un tavolo e sono fuggito”. Racconta poi il Messaggero: “Appena possibile, Sermoneta, è scappato dall’edificio lasciandosi dietro la kippà, i filatteri, e il ‘talled’, il manto rituale. In serata è tornato nella sinagoga e nei prossimi giorni vi reciterà la solenne preghiera Ha-Gomel assieme con tutti quelli che ieri, assieme a lui, hanno visto la morte in faccia e sono miracolosamente riusciti a tornare a casa indenni, almeno nel fisico”.
Ma chi sono i lupi solitari, la nuova definizione del terrorismo palestinese? A spiegarlo, Davide Frattini sul Corriere della Sera: “La carta d’identità blu permette ai palestinesi di muoversi senza controlli dalle zone arabe della città. Come I due attentatori, cugini e vicini di casa nel quartiere di Jabal Mukaber. Uno di loro lavorava in un negozietto vicino alla sinagoga colpita, abitata in maggioranza da ultraortodossi”. Delle mine vaganti, che destano forte preoccupazione nella polizia: “L’intelligence israeliana ammette di non avere soluzioni pronte per fermare gli assalitori prima di questi raid. Che spesso vengono decisi in poche ore, nel chiuso di una stanza, senza telefonate, senza cellulari da poter intercettare, senza tracce da seguire all’indietro dopo l’attacco per risalire a una cellula o a un’organizzazione”.
Anche sul Foglio, Giulio Meotti indaga sulle violente ondate di odio: “Qualche giorno fa sulla prima pagina di al Hayat al Jadida, il quotidiano ufficiale dell’Autorità palestinese, campeggiava un’esortazione: ‘Spingi il gas fino a 199 km orari. Fallo per al Aqsa’. Si incitava a lanciare automobili sui passanti ebrei”. Un incitamento rafforzato dalle parole di leader del terrore come: ” il dirigente di Fatah Muhammad al Biqa’i ha detto che ‘Gerusalemme ha bisogno di sangue per purificarsi degli ebrei’. Poi è passato all’elogio degli ultimi attentatori. Intanto, dal carcere, il più popolare leader palestinese, il dirigente di Fatah Marwan Barghouti, condannato a cinque ergastoli, incita i palestinesi a compiere altri attentati”. Riporta Meotti: “Il professore israeliano Elihu Richter ha scritto che le mannaie e le pistole sono l’hardware del terrore. Ma l’indottrinamento e l’incitamento all’odio sono il software dei terroristi”.
Un incitamento all’odio che non è stato condannato con abbastanza forza dall’Occidente, commenta Fiamma Nirenstein su Il Giornale: “al loro gesto ha contribuito, dispiace dirlo, l’atteggiamento sconclusionato e spastico dell’Unione europea e degli Stati Uniti. Non si può combattere da una parte le decapitazioni dell’Isis, e dall’altra seguitare a considerare gli attacchi terroristici contro gli ebrei di queste ultime settimane come una conseguenza pressoché logica del comportamento israeliano. Le condanne odierne, stanno a zero”. E, continua, “l’aria che sale dall’Europa verso Israele non placa gli animi, li convince che i gesti aggressivi verranno compresi, forse giustificati, e che alla fine lo Stato Palestinese nascerà non come una forma di compromesso, ma come una forma di compensazione dovuta. Lo confermano i riconoscimenti dello Stato Palestinese da parte del governo svedese, del parlamento inglese, della mozioni per il parlamento italiano e della mozione proprio di ieri al parlamento spagnolo”.
Tante le reazioni e le voci che si sono levate: Leggo riporta le parole del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni: “Attentato inaudito. Tutti i partecipanti al processo di pace devono condannare”. Sul Corriere della Sera, l’intervista poi a Tobia Zevi dell’associazione Hans Jonas: “Un episodio terrificante che segue altri omicidi di civili ebrei israeliani trucidati da attentatori palestinesi. Hamas si congratula e mostra il suo volto di organizzazione terroristica irresponsabile. II quadro generale fa purtroppo temere una escalation e lo scoppio di una terza Intifada”. E sul programma diplomatico dell’Europa aggiunge: “L’Europa si è purtroppo mostrata inadeguata davanti alle drammatiche crisi ai suoi confini: Siria, Iraq, Ucraina. Sul Medio Oriente, il suo compito non è ergersi a giudice ma costruire, insieme a partner internazionali quali Usa, Russia e Cina, un nuovo dialogo tra israeliani e palestinesi. La prospettiva va cambiata rispetto ai tempi di Oslo, alla luce del ‘Califfato’, delle primavere arabe, del ruolo dell’Iran. In Italia, la sinistra negli ultimi anni ha ridefinito il suo rapporto con Israele; oggi il nostro Paese, anche grazie alla nomina di Paolo Gentiloni agli Esteri, può aiutare israeliani e palestinesi sul sentiero di un compromesso possibile”.
Ad intervenire sul Giorno anche il demografo Sergio Della Pergola, che spiega come i terroristi lavorino e vivano in Israele: “Non arrivavano dalla luna (…) anche il terrorista che ha ferito gravemente il rabbino Glick che ora parla e che si sta riprendendo, lavorava alla caffetteria del Centro Menahem Begin nel quale il religioso aveva appena partecipato a un’assemblea. Sono persone abbastanza socializzate nella realtà israeliana, non sono poveracci che stanno in una baracca in un campo profughi”. Spiega poi le divisioni interne: “Esistono due entità palestinesi del tutto separate e in conflitto. Una è Gaza, l’altra è la Cisgiordania. Però c’è una coerenza ideologica sotterranea. Da parte di Hamas c’è stata una benedizione dell’incursione nella sinagoga. Abu Mazen ha condannato, ma poi ha attaccato Israele attribuendole gravi profanazioni dei luoghi santi, soprattutto nella spianata del Tempio. Quello che è avvenuto nel mondo negli ultimi tempi, a parte la nostra regione, è la radicalizzazione del conflitto”. Quella che abbiamo di fronte, conclude Della Pergola, citando papa Bergoglio: “è una terza guerra mondiale a rate”.
Michela Anselmi del Secolo XIX fa un reportage sull’antico Ghetto di Roma, nella scuola ebraica che, per paura di attentati e minacce, vive protetta da guardie e polizia. Riccardo Pacifici, presidente della Comunità ebraica illustra la situazione: “Lei vuole sapere se abbiamo alzato le misure di sicurezza, se immaginiamo un maggiore livello di allerta rispetto al passato? La mia risposta è: no (…) Non siamo tranquilli, conviviamo da decenni con l’incubo terrorista, però abbiamo imparato a proteggerci, anche autonomamente. Ma non pensi a Superman e ‘guerrieri’, semmai a genitori, giovani, anche qualche nonno”. Anselmi descrive gli addetti della sicurezza che vegliano sulla scuola ebraica: “la sorveglianza delle guardie giurate e dei volontari non passa inosservata. Discreta, rassicurante, osservatrice. C’è chi prende appunti su un taccuino, chi segue con l’occhio un passante che parla ad alta voce, chi parla con qualcuno tramite radio ricetrasmittente. Non sono vigilantes. Vegliano sull’enorme palazzo, con robuste grate alle finestre”. E conclude con le parole di Lello, 50 anni, che commenta l’attentato in Israele: “Siamo preparati, perché è già successo, e perché siamo ebrei. Lo sa com’ha titolato Tgcom 24? ‘Sei morti a Gerusalemme’. Senza distinguere tra vittime e carnefici”.
Su Avvenire, Yoram Schweitzer, esperto di strategie di contro-terrorismo del ministero della Difesa israeliano invita a non definire gli ultimi attacchi come l’inizio della Terza Intifada: “Sarei cauto nel definire questa nuova spirale di violenza una Terza Intifada perché non c’è ancora una sollevazione popolare palestinese. Non possiamo neanche dimenticare il contesto regionale, la trasformazione dei gruppi terroristici, le nuove formazioni come l’Is. Parlerei più di fenomeno di emulazione”.
Due tra i più grandi scrittori israeliani, David Grossman e Abraham Yehoshua, hanno deciso di parlare sulla stampa italiana. Grossman alla Repubblica lancia un grido di dolore: “Stiamo precipitando nella dimensione del fanatismo e dell’irrazionalità, siamo ormai sull’orlo dell’abisso. ll conflitto che stiamo vivendo ha fatto un salto indietro nel tempo, è sempre più brutale e più selvaggio. Le stesse armi usate per la strage, coltelli e accette, testimoniano il ritorno a una guerra tribale”. La città santa, aggiunge, vive un momento delicatissimo: “Ciò che oggi vediamo a Gerusalemme, giorno per giorno e quasi ora per ora, e un pericolosissimo precipitare nella dimensione del fanatismo e dell’irrazionalità. Sarà quindi molto più difficile adesso che in precedenza cercare una soluzione del conflitto e forse ciò dovrebbe essere il motivo e la spinta per i leader dei due popoli di agire subito e con la massima potenza, iniziando un processo di dialogo fra loro, invece di insultarsi e incolparsi a vicenda, incitando ancora di più all’odio”. Yehoshua alla Stampa guarda verso la Giordania e dichiara: “Non bisogna arrendersi alle violenze, parlare di coesistenza fra arabi ed ebrei in questa terra è ancora possibile e a rilanciarla potrebbe essere un gesto di re Abdallah di Giordania. (…) II dialogo deve ricominciare e affinché ciò avvenga non credo vi siano alternative: dobbiamo guardare alla Giordania. È uno Stato arabo con cui Israele parla da 65 anni ed è anche l’unico Stato arabo che in questo momento sembra voler davvero ascoltare i palestinesi che non hanno più interlocutori in Siria e hanno rapporti freddi con l’Egitto”.
Suscita polemiche la mostra “Il Lungo viaggio della popolazione palestinese rifugiata”, ospitata al Museo della Resistenza di Torino e curata dall’Unrwa’, “l’organizzazione delle Nazioni Unite che si occupa esclusivamente dei rifugiati palestinesi”. Sulla Repubblica, Vera Schiavazzi scrive: “La Comunità ebraica della città già ieri ha espresso la sua più ‘ferma condanna’ per l’iniziativa e per la sua propaganda politica ostile a Israele’ e ora sta scrivendo una lettera nella quale potrebbe chiedere la chiusura della mostra, patrocinata tra l’altro anche dalla Regione e dal Comune di Torino che non rilasciano dichiarazioni”. L’esposizione presentava inoltre un grave errore storico: “una didascalia che parlando dei massacri di Sabra e Shatila del 1982 ne attribuiva la paternità all’esercito israeliano, quando invece a compierlo furono le Falangi maronite”. La mostra è già stata esposta a Roma, – commenta – ma in un quartiere non centrale, passando inosservata. Beppe Segre, presidente della Comunità ebraica di Torino, si è dichiarato deluso e ammette: “che nei mesi scorsi il presidente del museo Pietro Marcenaro gli aveva parlato della mostra, assicurandogli che la massima attenzione sarebbe stata prestata ai suoi contenuti. E aggiunge di aver pensato che ci si poteva fidare di quelle parole”.
Su Avvenire la presentazione del libro di rav Giuseppe Laras “Storia del pensiero ebraico dalle origini all’età contemporanea”, due tomi editi dalle Dehoniane di Bologna: “Sintetico, accattivante e completo. Non è frequente, e nemmeno facile, verificare queste tre qualità in un’unica opera di storia del pensiero che idealmente copre circa tremila anni di vita di un popolo. Nell’impresa è riuscito Giuseppe Laras, studioso di filosofia ebraica medievale capace di muoversi con rigore sia nell’ambito antico sia in quello moderno”.
Rachel Silvera twitter @rsilveramoked
(19 novembre 2014)