Storie – Complicità

mario avaglianoLa Seconda guerra mondiale fu una guerra totale, con un alto coinvolgimento della popolazione civile e un forte scontro ideologico e di visioni contrapposte del mondo, sottostante a quello militare. Su molti fronti e nelle zone occupate il conflitto fu aggravato dalle derive razziste e antisemite e di repressione degli oppositori politici e della popolazione civile, anche su vasta scala, di cui le forze dell’Asse erano portatrici. Parallelamente alle operazioni militari, i nazisti perpetrarono in tutti i territori occupati, con intensità via via crescente fino agli ultimi giorni del conflitto, la deportazione finalizzata allo sterminio degli ebrei e di altre minoranze, la deportazione degli oppositori politici e quella finalizzata allo sfruttamento coatto di milioni di civili e militari (come i cosiddetti lavoratori dell’est e gli stessi italiani dopo l’armistizio dell’8 settembre). Lo scontro armato, dunque, fu anche criminale e le truppe italiane non ne furono esenti, al di là della retorica postuma sugli «italiani brava gente» per definizione, assai ben stratificata nell’opinione pubblica del dopoguerra e titolo di un noto film di Giuseppe De Santis del 1965 ambientato sul fronte orientale, su cui la storiografia più recente è intervenuta con una buona dose di documentati contrappunti. Il retaggio culturale razzista e antisemita entrò infatti a far parte del bagaglio ideologico e motivazionale degli italiani chiamati ad affrontare l’esperienza della guerra, predisponendoli in certa misura anche agli orrori di una lotta in cui la pretesa convinzione di superiorità sul nemico ebbe un ruolo non marginale in molte condotte criminali e nella loro accettazione. Gli echi che giungono fino a noi attraverso la corrispondenza dell’epoca dal fronte, che assieme a Marco Palmieri ho esaminato nel nostro ultimo libro “Vincere e vinceremo!” (il Mulino), dimostrano che in quella fase l’istanza razzista era ben presente e radicata in quella generazione di italiani che ne aveva respirato a pieni polmoni le scorie velenose diffuse dal regime attraverso la propaganda, la scuola e l’informazione. Certe frasi scritte dai nostri soldati fanno rabbrividire. E se in linea generale, di fronte alla pressione nazista, la linea adottata dal regime fascista nei territori occupati previde la difesa degli ebrei di nazionalità italiana, anche a tutela degli interessi economici nazionali ad essi riconducibili, per gli ebrei stranieri invece i comportamenti dei comandi italiani e dei soldati furono diversi. In alcuni casi, come nel sud della Francia, in Croazia e in Grecia i comandi militari attuarono politiche dilatorie per guadagnare tempo e non consegnare gli ebrei, che però persero progressivamente efficacia, per cui spesso finirono per cedere alle richieste naziste. In Russia invece non c’è traccia di disaccordo tra comandi italiani e tedeschi sulla questione ebraica e non mancarono i casi di consegna degli ebrei catturati ai camerati nazisti. In molti documenti, quindi, sia in Russia che nei Balcani si riscontrano testimonianze dirette della consegna degli ebrei o del loro respingimento all’ingresso delle zone d’occupazione italiane. Anche su questo punto, i fatti storici vanno riconsiderati.

Mario Avagliano, storico

(16 dicembre 2014)