Ancora sui rosso-bruni

vercelliPiù o meno funziona così: si assume il tono indignato della denuncia, quello che invita chi ascolta a distogliere l’attenzione da quanto va distrattamente facendo, interpellandolo invece nell’intimo della coscienza. Poi si inizia a declamare una vera e propria giaculatoria apocalittica, che parte delle efferatezze del «mondialismo» (la globalizzazione dei mercati ma anche l’«imperialismo» liberale dei diritti umani) per arrivare alla necessità di «ripristinare la sovranità perduta». In mezzo ci stanno, tra le tante cose, i continui richiami contro l’incultura mercatista, quella che traduce tutto in valori economici e ricorre all’utilitarismo come esclusiva unità di misura, l’individualismo imperante, il potere corruttore del denaro, la dominazione delle oligarchie, gli effetti devianti dei processi immigratori (con tutto il corredo di fantasmi che ad essi viene attribuito) fino al «progetto ideologico che mira alla costituzione di un governo mondiale e alla dissoluzione delle nazioni, sotto il pretesto della pace universale» (così Alain Soral, vera e propria figura feticcio del cosiddetto «nazionalismo di sinistra», saggista, militante politico, imprenditore, in origine comunista poi transitato nel Front National di Le Pen e approdato alla «lista antisionista» di Dieudonné). Dietro la vernice di un linguaggio di gauche, come direbbero i francesi, falsamente universalista, emerge ben presto le vera scorza, ossia l’impianto mentale profondo di queste posizioni, che sono date dalla ferrea e metallica ossessione per la cosiddetta «identità nazionale», messa a repentaglio dalle trasformazioni indotte da un’oscura cabina di regia, la cui missione finale sarebbe la disintegrazione delle specificità culturali dei popoli. Quel che conta, qui, non è «fare la rivoluzione» ma ricostruire la nazione. Anche se a parole si dice, spesso urlandolo, che per riottenere la seconda occorre passare obbligatoriamente per la prima. In cosa consista tale percorso rivoluzionario, peraltro, i populisti si guardano rigorosamente dal dirlo, portando sempre più in là l’asticella del “mutamento”. Si tratta a ben vedere, infatti, dell’anticapitalismo della destra radicale, i cui richiami intercettano, come già ci è capitato di osservare in una nota precedente, alcune sensibilità di una qualche parte della sinistra radicale, in se stessa oggi smarrita poiché in disarmo dinanzi alle trasformazioni indotte dal declino dell’industrialismo nei paesi a sviluppo avanzato. Fatto, quest’ultimo, che ne ha segnato la progressiva irrilevanza politica ma, soprattutto, lo scompaginamento culturale, al quale ha risposto, in alcuni casi, con il ricorso ad un arsenale di suggestioni che parrebbe invece riaprire un qualche spiraglio di futuro per sé. Sancendo il passaggio dalla centralità del «proletariato» a quello del «popolo». Non si tratta solo di uno scarto linguistico, di una sfumatura semantica. È vera e propria contaminazione. Quest’ultima, infatti, è una istanza radicale composta prevalentemente da quella componente che in parte si è ibridata già da tempo con un ecologismo basato sulla «terra e sul sangue»; sulla sostituzione del conflitto tra culture (ossia etnie e «razze») alla «lotta di classe»; sul vincolo verso il localismo come unico spazio al quale rimandare l’azione politica come, non di meno, all’ancoraggio alla morale pubblica più che alla politica medesima. Non a caso, la proposta rosso-bruna è, a sua volta, assai poco interessata alla politica in quanto arena del conflitto (che semmai guarda con sospetto) e molto, invece, alla morale intesa come il bastione dell’identità, dove le opposizioni dovrebbero dissolversi in una sorta di conciliazione collettiva tra omologhi, finalmente riconosciutisi come tali. Alla “confusione” dei tempi correnti si risponde con la fantasia della “fusione” tra identici. Dal progetto per l’eguaglianza si transita a quello dell’uniformità tra persone “omogenee”, tali perché accomunate da comuni appartenenze di “terra”, da un vincolo ancestrale, dal riconoscersi in una differenza insormontabile che si fa diffidenza verso il resto del mondo, nel nome di una diversità che sarebbe il vero valore intorno al quale costruire la difesa della cittadella assediata. Tutte queste cose, nel loro insieme, sono equivocate come la risposta all’omologazione liberista, il ridotto di una resistenza popolare, l’unico autentico esercizio contro l’«imperialismo», che sia americano, sionista, mercatista, delle multinazionali e quant’altro. Anche per questo, il governo delle cose umane rimane, in quest’ottica, affare di pochi ed esercizio autoritario. Poiché nessuno sembra, in questo campo, credere alle virtù della democrazia, vista semmai come una falsificazione dei legittimi rapporti di potere, quelli dove dovrebbe contare la “meritocrazia” di una vera élite, non liberale ma «dello spirito». Se la politica è movimentazione la risposta che viene offerta – per meglio dire: contrapposta – è quindi quella che rimanda alle virtù di una presunta “conservazione” da ripristinare: la conservazione del passato, riletto come il tempo della giustizia assoluta; della «tradizione», intesa come un insieme di costumi, usanze ma anche idee e condotte in sintonia con l’animo più puro dell’uomo; della «comunità», dove ci si conosce, ci si frequenta e si rinnovano legami profondi di reciprocità, di contro alla società anonima, soprattutto quella metropolitana e, quindi, globale. Temi, questi ed altri ancora, tipici di una destra letteralmente reazionaria, che cerca in ciò che è stato, ossia in una visione mitologica dei trascorsi, la risposta ai disagi per quello che è il presente, intercettando tuttavia – ed è questo l’unico, significativo elemento di novità – sensibilità che un tempo non avrebbero avuto nulla a che fare con essa. In Italia un partito politico promosso da un comico, e che ha raccolto non pochi riscontri alle urne, si è candidato, in alcuni suoi aspetti, a fare da spalla a questi umori, sia pure sposandone selettivamente certuni e tralasciandone altri. Non è peraltro un caso che anche in altri paesi europei a fare da apripista a piccoli e grandi matrimoni d’interessi siano non i “politici puri” ma personaggi ibridi, in parte provenienti del mondo dello spettacolo e che del non avere antecedenti professionali nella politica medesima fanno ragione di vanto e di credibilità, per il tramite dei quali presentarsi come la vera risposta ai problemi del momento. Poiché questa commistione tra sfera della politica, o ciò che di essa resta, e mondo della comunicazione rivela quanto l’ideologia di fondo soggiaccia oggi più che mai ad un canone spettacolarizzante e sensazionalista, che è l’unico che riesca a raccogliere l’attenzione, e una qualche credibilità, tra gli elettori. Detto questo, ci sono due indici importanti sui quali misurare il connubio tra certe parti della nuova destra radicale, non necessariamente neofascista, e cellule di una sinistra oltranzista, priva di baricentro, alla ricerca di una nuova partitura. Quand’esso si dà ci troviamo sul piano di una nuova “rivoluzione conservatrice”. Da una parte c’è l’ideologia del primitivismo, quella per cui il fondamento vero, autentico, immarcescibile di un individuo (come di una comunità di sodali), riposerebbe nella sua istintualità, quell’insieme di elementi che lo fanno essere biologico, impulsivo prima ancora che culturale, quindi libero, scevro dalle incrostazioni della “modernità capitalista” e a diretto contatto con l’essenza della natura. Non è un caso se una parte degli ideologi della Nouvelle Droite francese, cresciuta a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, abbia ancorato il suo pensiero a suggestioni ecologiste (ma non di certo a tutto quel movimento politico e culturale, manifestatosi impetuosamente nel corso di questi ultimi decenni) ed ora trovi una qualche ospitalità in alcune teorizzazioni sulla «decrescita felice». Se non si deve cedere alla facile tentazione di fare di ogni erba un fascio, mettendo insieme posizioni tra di loro spesso diverse, quando non antitetiche, non di meno la contrapposizione tra l’artificiosità dei rapporti sociali, così come vengono presentati, e l’“autenticità” di quelli fondati sulla centralità della “natura”, è un terreno ideologico di per sé minato. Il conflitto israelo-palestinese è una cartina di tornasole, da questo punto di vista, non perché ruoti obbligatoriamente intorno ai grandi problemi dell’ecologia contemporanea bensì perché rinvia ad un’idea che è particolarmente cara a chi intende la vita come milizia integrale e la milizia, a sua volta, come espressione degli aspetti più profondi dell’essere umano, quelli che lo fanno combattente, armi alla mano. La seduzione dei movimenti fondamentalisti è esattamente questa: non esiste esistenza degna d’essere vissuta se non è costantemente combattuta attraverso il ricorso alla forza. È valso a suo tempo per i mujiaheddin afgani, per i miliziani salafiti e wahhabiti, così come anche per il Kataeb libanese e i feddayyin, ora sostituiti dagli shahid. Ai rosso-bruni, in tutte le loro varianti, dai vecchi (e archiviati) nazimaoisti, sulla scia di Franco Freda, arrivando a quelli che si autodefiniscono come espressione di una improbabile «terza posizione» tra capitalismo e collettivismo, piace l’idea che in Medio Oriente ci sia la guerra poiché questa sarebbe l’indice della natura più verace, autentica, dei migliori uomini. Tali, per l’appunto, perché combattenti contro i fantasmi del «sionismo», dell’«imperialismo», del predomino del calcolo, dell’utilitarismo e quant’altro. Tutti elementi, questi ultimi, artefatti, di contro all’autenticità primigenia – primitiva, per l’appunto – dell’uomo spogliato degli orpelli di una modernità falsa e manipolata e riconsegnato alla sua voglia di lottare contro i grandi complotti e i «poteri forti», oscuri, senza tanti inutili sentimentalismi. Spirito puro contro materia decomposta, per usare certe fantasie ricorrenti, I sogni di palingenesi neofascista si incontrano, in questo caso, con ciò che resta dell’idea di «uomo nuovo», antiborghese, per alcuni aspetti di derivazione comunista. Laddove il lavoro è militanza e la militanza è ricorso al braccio armato della forza di un nuovo potere, che si definisce “popolare”. Dall’altra parte c’è, in immediato riflesso, la litania della «perdita dei valori». Le cose andrebbero per come vanno, ossia male, perché si sarebbero traditi i veri valori di fondo che fanno parte da sempre della natura umana. Ad essa, ad un comune, autentico sentire, sarebbe subentrato l’ottundimento collettivo della coscienza. Perdita dei valori e primitivismo enfatizzano l’idea che l’identità dell’uomo moderno, quand’esso non sia irrimediabilmente compromesso con la manipolazione borghese e capitalistica, riposi in un nocciolo intimo che è dato da una sorta di ontologia immodificabile. E che ciò sia la vera “radice” di qualsiasi individuo, in ragione della quale egli non ha “valore in se stesso” ma solo in quanto depositario di un sistema di valori che lo trascenderebbe, e che proprio in quanto tale su di egli si imporrebbe, a prescindere dalla sua soggettività concreta e dalle relazioni e dagli scambi che ogni giorno concretamente intrattiene con il mondo circostante. Il punto di sintesi tra radicalismi opposti si celebra quindi in una specie di esaltazione di un’identità ancestrale, quella che si ottiene liberando – per così dire – ciò che saremmo stati in origine da ciò che siamo invece divenuti. La storia, infatti, diventa, sotto tale luce, la mera narrazione dei progressivi stadi di corruzione verificatisi da quando il mondo ha iniziato a non rispettare più l’ordine naturale delle cose. L’ebreo e l’ebraismo ne sarebbero gli agenti mefitici e malefici. La parola «sionismo», variamente intesa e quindi declinata, ma sempre associata a qualcosa di negativo, contrassegnerebbe e racchiuderebbe la malvagità dei tempi correnti. Il sionismo sarebbe il concentrato di quello che di più sgradevole la società contemporanea impone alle comunità umane indifese in termini di prevaricazione, omologazione, impoverimento. In un’età quale quella che stiamo vivendo, contrassegnata dalla globalizzazione, dall’informazione totale ma anche della perdita dei punti di riferimento abituali, ossia dalla compressione della dinamica spazio-tempo, la ricerca di un ancoraggio si fa affannosa. Così come l’ossessione per il depauperamento inteso come esproprio, furto, spiazzamento, emarginazione, declassamento, perdita di ruolo, status e quant’altro. La reazione alla Rivoluzione francese da parte di quei gruppi sociali che si videro da essa scavalcati ne è l’antecedente storico e culturale. Non a caso quello costituì il laboratorio del moderno antisemitismo. Allora come oggi l’”ancestralismo” gioca un ruolo fondamentale: nelle società dell’artefatto, la rivendicazione di una “origine” pura si fa ossessione. E diventa il gioco del rimando all’indietro, alla ricerca di una mitica fondazione che sancirebbe, a prescindere da qualsiasi verifica, la fondatezza assoluta delle proprie pretese. Contro, per l’appunto, il complotto degli “espropriatori”. Quanto ciò costituisca il terreno d’intesa tra correnti e gruppi politici altrimenti tra di loro non solo concorrenti ma anche agli antipodi, è questione ancora tutta da indagare.

(2/prosegue)

Claudio Vercelli