I linguaggi umani

Francesco Moisés Bassano“Ogni singola lingua umana è una finestra sull’essere, sulla creazione. […] Ogni lingua umana sfida la realtà in maniera propria e del tutto peculiare. […] Ogni lingua umana sfrutta e trasmette aspetti differenti, potenzialità diverse della contingenza umana. […] Da qui la vera perdita irreparabile, la riduzione delle possibilità dell’uomo quando una lingua muore. […] La sparizione delle lingue di cui oggi siamo testimoni è esattamente analoga alla distruzione della fauna e della flora, ma ha un carattere di maggiore irrevocabilità. Gli alberi si possono ripiantare, il DNA di una specie animale può essere parzialmente conservato e forse riattivato. Una lingua morta resta morta o sopravvive come una reliquia pedagogica nello zoo accademico. Ne consegue un drastico immiserimento dell’ecologia della psiche umana”.
Così lo scrittore George Steiner, in un saggio del 2008 “I libri che non ho scritto” (ed. Garzanti) – recensito anche su queste pagine – affronta la riduzione dei linguaggi umani. Io riprendo queste parole in riferimento a dei recenti dati statistici dell’Istat, riportati entusiasticamente su varie testate, che rivelavano come in Italia fosse ormai da tempo in netto calo l’uso dei dialetti a favore della lingua italiana, anche in ambito familiare e in situazioni più informali. Un risultato senza dubbio positivo se si considera il tanto desiderato raggiungimento dell’unità linguistica come una maggiore coesione nazionale, ma un esito da riconsiderare se si pensa a questa unità come omologazione e perdita della varietà e della ricchezza linguistico-culturale che il nostro paese possiede da secoli. Laddove il dialetto in Italia, non necessariamente sintomo di una cattiva conoscenza della lingua comune, è diretta derivazione e continuazione del latino volgare sviluppatosi nelle diverse aree con una lunga tradizione letteraria alle spalle, al pari del fiorentino e di tutte le altre lingue romanze. Come scrisse il linguista dello Yiddish Max Weinreich: “A shprakh iz a dialekt mit an armey un flot” (Una lingua è un dialetto con un esercito e una marina), ciò per sottolineare la sottile differenza tra le due, e come i fattori sociali e culturali abbiano contribuito nel tempo, attraverso la normalizzazione e l’unità politica, a trasformare un ‘dialetto’ in una lingua garantendone il suo successo. L’uso cosciente del dialetto o di una lingua minoritaria in una situazione di diglossia o bilinguismo, può altresì favorire una maggiore possibilità nell’apprendere altre lingue – gli stessi articoli riportano come la conoscenza di lingue straniere, l’inglese in primis, continua ancora ad essere scarsa – non tralasciando poi, che un uso più esteso della lingua ‘standard’ non significa al tempo stesso una migliore padronanza ed un utilizzo più corretto di essa. Tutt’oggi purtroppo non giova probabilmente al riconoscimento e alla valorizzazione delle lingue minoritarie e dei dialetti la strumentalizzazione da parte dei movimenti politici per rivendicazioni a carattere nazionalistico e anti-italiano, come per esempio nel settentrione.
Nel mondo ebraico, non si può dimenticare il plurilinguismo che aveva luogo in molte comunità italiane, risultato delle differenti origini degli ebrei della penisola e del costante scambio culturale che avveniva con le altre comunità del Centro Europa e del Mediterraneo – a Livorno erano in uso almeno cinque lingue – e contemporaneamente in ogni parte del globo si è sviluppata una costellazione di lingue e parlate ebraiche, oggi in gran parte estinte o in regresso. A tal proposito si potrebbe auspicare che Israele possa divenire un terreno fertile anche per il recupero delle lingue ebraiche minoritarie, tenendo conto soprattutto della presenza di giornali ed emittenti radiofoniche che scrivono o trasmettono in lingue diverse dall’Ebraico.
Se quel celebre proverbio africano afferma “Ogni griot che muore è come una biblioteca che brucia”, ogni lingua che si estingue è pari alla cancellazione di un intero universo.

Francesco Moises Bassano

(9 gennaio 2015)