J-Ciak – Mosè, lo Hobbit e il Gladiatore
Mentre qui negli States ci si prepara agli Oscar (oggi si annunciano le nomination), sbarca anche in Italia “Exodus – Dei e re” di Ridley Scott. Due ore e mezza che grondano di effetti speciali, colori, costumi, scene di massa, gioielli, meravigliosi paesaggi e grandi attori. La critica si è divisa, il pubblico stenta (il diretto concorrente è l’altrettanto spettacolare “Lo Hobbit – La battaglia delle cinque armate”). Intanto Egitto e Marocco l’hanno messo al bando perché troppo distante dalla realtà storica o forse, dice qualcuno, per evitare rischiose manifestazioni di piazza. Il quadro non invoglia, ma “Exodus – Dei e re” va visto.
Alla fine potremo rimpiangere pensosi Cecile De Mille e il suo “I dieci comandamenti” (1956), “Il principe d’Egitto” (1998) di Dreamworks, cartoon ben più fedele al testo dell’Esodo. O invocheremo Darren Aronoksky che pure lo scorso anno, nel suo “Noah”, si era cimentato con la Bibbia incastonando tra effetti degni dello Hobbit scene di grande bellezza. Ma intanto godetevi “Exodus”, che potrà trasportarvi dalla fantasmagorica corte di Ramses fino alle pendici del Sinai anche se non amate le grandi scenografie o gli effetti speciali.
Ridley Scott è un narratore navigato, che sa bene come maneggiare tinte forti, melodramma, battaglie e atmosfere cupe (alcuni scorci degli ebrei schiavi e dei loro quartieri richiamano certe immagini dei lager). Le dieci piaghe che in sequenza devastano l’Egitto sono impressionanti e il passaggio del Mar Rosso, soprattutto nella parte più realistica, prima delle tremende ondate che travolgono gli egiziani, è di quelli che ricorderemo a lungo.
Certo non ci si deve aspettare di ritrovare la narrazione biblica, perché il racconto si scosta spesso dall’originale. Più che un pacifico pastore, Mosè (interpretato da Christopher Bale) è un prestante principe guerriero. Non balbetta lievemente né Aaron è il suo portavoce, e tende a fare di testa propria più che dare ascolto a Dio. E scordatevi il roveto ardente. L’idea forse più discutibile di Ridley Scott è di far interpretare Dio da un bambino di dieci anni, Brit Isaac Adam, grazioso undicenne attore britannico, che per tutto il film mostra una faccetta ingrugnata che chiama scapaccioni più che reverenza. Quanto alle piaghe, più che dal volere divino, paiono scaturire da una quasi naturale concatenazione di eventi: dai coccodrilli che divorando i corpi di alcuni pescatori tingono di sangue le acque del Nilo fino alla devastante morte dei primogeniti.
Ma, come nota su Tablet Magazine Simcha Weinstein, rabbino del Pratt Institute di New York, “Attaccare Hollywood per non essere del tutto fedele alla celebre (per non dire sacra) narrazione biblica è come attaccare Disney per non aver descritto in modo accurato il cambiamento climatico in ‘Frozen’”.
Non è questa l’opera che porterà nel contemporaneo la Bibbia, come all’uscita affermava roboante certa pubblicità degli studios. Ma il film, pur nella sua narrazione così classica, tiene. Malgrado le difformità dal testo, che hanno provocato molte contestazioni; malgrado alcuni personaggi siano troppo caricaturali o appena sbozzati (è un peccato sprecare così John Turturro, Sigourney Weaver o Ben Kingsley); malgrado quel Mosè che scolpisce le Tavole della legge e poi le trasporta in un’Arca cigolante sia del tutto improbabile. E malgrado tra bighe, spade e battaglie in certi passaggi sembri di trovarsi sul set de “Il Gladiatore”, per cui il regista vinse l’Oscar nel 2000, più che nella Bibbia.
Daniela Gross
(15 gennaio 2015)