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…Parigi

Dopo i fatti di Parigi qualcosa sta cambiando, non necessariamente in senso positivo come sembra suggerire l’enfasi dedicata dai media alla straordinaria manifestazione di piazza al grido di “Je suis Charlie”, seguita dalla vendita di 3 milioni di copie dell’ultimo numero della rivista. Altri segnali ci fanno essere meno ottimisti. La Francia si accorge che i suoi ebrei non si sentono sicuri e protetti e progettano di andarsene (il che rappresenterebbe una sconfitta senza appello per i valori della Francia repubblicana). Ma anche i musulmani di Francia si sentono poco sicuri e tutelati, e sono stati molti gli attentati a moschee nell’ultima settimana. Domina un senso di paura e si accavallano gli interrogativi che impediscono di dare un’interpretazione chiara del momento storico che stiamo vivendo. Oggi, come nel passato, la realtà non è tutta bianca o nera (come vorrebbero i fondamentalisti equamente distribuiti), e guidare la società europea in una direzione che faccia perno sui valori di libertà, eguaglianza e solidarietà rischia di essere un’impresa complicata, anche se a mio giudizio è l’unica praticabile. In questo contesto mi giunge notizia che i genitori di una classe di scuola media che aveva previsto una visita a un museo ebraico in Italia ne hanno preteso la cancellazione per timore di attentati. Una reazione comprensibile (ogni genitore aspira a tenere i propri figli lontani da potenziali pericoli), anche se assai discutibile e certamente influenzata dalla grande enfasi data dai mass media alla questione sicurezza. Una scelta che ci interroga sulla percezione che gli italiani hanno della realtà in cui vivono. Trovo quindi opportuno rammentare che in Italia è dal 1985 (attentato palestinese al desk della El Al che fece 13 morti) che le sinagoghe e i musei ebraici italiani sono considerati obiettivi sensibili e sottoposti a presidio armato. Le sinagoghe non sono sulla luna né su Marte, ma i loro portoni si affacciano sulle strade generalmente del centro delle nostre città. La minaccia è reale e sono stati numerosi gli attentati sventati negli ultimi anni. Ma la paura non ha vinto. Gli ebrei vanno in sinagoga in numero maggiore di quanto non facessero nel 1985. Se gli italiani non ebrei pensano che i problemi del terrorismo si possano risolvere evitando i luoghi simbolo e sensibili, compiono un errore madornale, che li fa assomigliare alle famose tre scimmiette che con le mani fanno segno di non sentire, non vedere, non parlare. Lo ricordava in maniera esemplare il pastore Martin Niemöller nella sua arcinota poesia, che in questo periodo di Giorno della Memoria sentiremo ripetere fino all’ossessione ma che va compresa fino in fondo: “Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare”.

Gadi Luzzatto Voghera, storico

(15 gennaio 2015)