…riconoscimenti

Che i palestinesi abbiano diritto ad avere un loro stato penso sia chiaro a tutti, e debba essere accettato come naturale conseguenza di un percorso di maturazione storica. Meno evidente – a leggere i giornali e i commenti sulla rete – sembra essere l’idea altrettanto ovvia che tale stato debba nascere come strumento di stabilizzazione della società palestinese e non come entità da mettere a confronto o in opposizione a Israele, se non addirittura agli ebrei. Da più parti si guarda allo slittamento della discussione della mozione proposta al Parlamento italiano con sentimenti contrastanti che mi sembrano meritevoli di riflessione. Una senatrice PD dichiara il suo disappunto e mette direttamente in relazione il voto sul riconoscimento dello Stato di Palestina con il “senso di colpa nei confronti degli ebrei”: un ragionamento che risponde alla logica che vede il nascente Stato come risarcimento dovuto a un popolo martoriato, speculare all’idea (sbagliata) che Israele sia nata come risarcimento per quanto subito dagli ebrei durante la Shoah. Si tratta di una visione profondamente distorta della realtà e della politica: uno stato non nasce né esiste sulla base di risarcimenti, ma perché un gruppo umano costruisce nel tempo una società che – giunta a maturazione – è in grado di garantire forme stabili di autogoverno. D’altra parte sui blog ebraici c’è chi canta vittoria, come se la non decisione sul voto parlamentare significasse il tramonto delle aspirazioni statuali palestinesi, e come se (ancora più grave, a mio parere) queste aspirazioni non fossero più che legittime. Forse non è sufficientemente chiaro che la nascita di uno Stato palestinese è una necessità prioritaria per la sicurezza di Israele e per il suo stesso futuro (sembra questo il senso della lettera appello che un migliaio di intellettuali, ex diplomatici e ufficiali israeliani hanno indirizzato qualche settimana fa al Parlamento europeo). Naturalmente non lo stato di Hamas, che ancora ieri si permetteva di lanciare minacce all’Italia (!) o dei tagliagole dell’Isis. Ma uno stato creato sulla base di accordi multilaterali e di trattative diplomatiche che conducano al raggiungimento di confini internazionali riconosciuti, di uno status giuridico garantito da condizioni di libertà e eguaglianza per le minoranze (ebraica e cristiana in Palestina, musulmana e cristiana in Israele). Uno stato che venga creato nella prospettiva di pacificare una società al momento altamente conflittuale, che ristabilisca una situazione di convivenza fra etnie e gruppi religiosi in un territorio dalle infinite potenzialità ma dalle precarie risorse naturali. Ha quindi ragione l’ambasciatore israeliano in Italia Naor Gilon quando sottolinea che la strada che porterà alla nascita di uno Stato di Palestina passa per la via delle trattative e non per le azioni unilaterali. È però da sottolineare che il futuro governo israeliano (di qualsivoglia colore) dovrebbe perseguire con maggior convinzione la strada della trattativa in questa direzione. Ragioni di opportunità anche politica (Israele è oggi in periodo elettorale) sembrano suggerire al Parlamento italiano di posticipare ad altro momento la discussione della mozione incriminata. Ma a me sembra che più che discutere simili mozioni, sarebbe compito dei parlamenti europei (o meglio dei governi) un lavoro più deciso di aiuto e pressione verso le leadership coinvolte per arrivare in tempi brevi a una definizione di accordi definitivi. Ne va delle residue speranze di raggiungere una stabilizzazione che oggi non è più solo questione che riguardi le coste che vanno da Gaza a Tripoli del Libano. L’impegno politico è urgente perché si tratta di stabilizzare un’area che comprende tutta la costa meridionale del Mediterraneo. La partita che si gioca fra Gerusalemme e Ramallah ha dirette ricadute su Gaza, su Benghazi, su Tunisi e su Damasco. Sono queste le ragioni per cui mi sento di suggerire ai politici che si sono adoperati affinché si discutesse della questione al Parlamento italiano di smettere di guardare al conflitto israelo-palestinese con l’occhio del pietismo risarcitorio. Qui si fa politica (estera), ed è una politica da perseguire più con la testa che con la pancia. Se non altro perché l’Italia ha molti uomini dispiegati sul campo e molto esposti. Abbiamo soldati al sud del Libano, carabinieri a Hebron, navi militari al largo della Libia e dello Yemen, aerei di supporto alle azioni contro l’Isis in Iraq. Insomma, come italiani siamo attori per lo meno co-protagonisti. Vediamo quindi di agire politicamente di conseguenza.

Gadi Luzzatto Voghera, storico

(20 febbraio 2015)