Israele – Tamar, ultimo caffè a giugno
È stato uno di quei luoghi dove l’arredamento non conta, niente mattoni a vista, niente poltroncine di design, è l’atmosfera a farla da padrone. Un rifugio dove coltivare utopie, indignarsi, discutere ad alta voce, lavorare o semplicemente spiare le vite altrui.
È arrivata il giorno di Yom Haatzmaut la notizia che il Café Tamar, storico caffè di Tel Aviv e roccaforte dell’intellighenzia e della sinistra israeliana, chiuderà i battenti il prossimo giugno dopo 69 anni di onorata carriera. Si mormora che al posto del bar con una iconica palma nell’insegna dovrebbe sorgere un palazzo.
Sedie di plastica, mattonelle bianche, frigo casalingo, manifesti appesi alle pareti, immancabili sticker con slogan politici scomodi, il Tamar è nato nel 1941 ma dal 1956 è stato preso in gestione da Sarah Stern, che ha appena spento 90 candeline, e suo marito Abraham, morto pochi anni dopo.
Dopo la scomparsa del marito a prendere le redini fu proprio Sarah che non ha fatto mai mancare ai suoi clienti fiumi di caffè fumanti e bagel croccanti al punto giusto, clienti d’eccezione come lo scrittore Yoram Kaniuk, l’attore Amos Lavi (celebre per aver lavorato con Roni Elkabetz, Amos Gitai ed essere apparso nel film di Spielberg sulla strage di Monaco, Munich), la moglie di Itzhak Rabin, Leah, e una quantità inenarrabile di giornalisti.
Tamar accoglie intellettuali e diseredati senza distinzioni: è gradito il dress code rilassato con camicia aperta e occhiali da sole, sigarette fumate una dietro l’altra e chiacchiere chiassose. A dirigere l’orchestra, Sarah che, solida come un pioniere, si muove tra i tavoli con la sicurezza di chi dentro il caffè ci è cresciuta, scambiando parole con il suo sguardo severo e mandando avanti la baracca insieme ad una quantità di infaticabili scansafatiche.
L’annuncio della chiusura del Tamar fatto dai proprietari è una doccia fredda per molti: “Café Tamar – hanno annunciato – è stata la prima e la seconda casa per la nostra famiglia, sia quella biologica che quella più allargata. Per sessanta anni, che piovesse o ci fosse il sole, Sarah apriva il caffè e prendeva il comando, a guidare era lei in maniera esclusiva e inconfutabile. Shenkin Street non sarebbe stata la stessa senza la combinazione di reporters che lavoravano per il quotidiano Davar (nato nel 1925 e chiuso nel 1996 che contò tra i suoi giornalisti anche Shmuel Yosef Agnon) e politici che venivano a lavorare qui e persone del mondo dell’arte e della cultura che hanno reso il Tamar la loro seconda casa”.
E continua: “I clienti restano per sempre dentro il Tamar; quelli oramai morti attraverso foto, dipinti, articoli di giornale e loro necrologi appesi alla parete, quelli vivi seduti al tavolo che sentono la mancanza di chi non c’è più. Se queste mura potessero parlare racconterebbero come Tel Aviv sia cambiata e di come da un pugno di sabbia si sia trasformata nel centro della cultura israeliana”.
E a proposito di Shenkin, il Tamar era il cuore pulsante di uno dei quartieri più vibranti della città bianca: completamente rinnovato e abbellito nel 2012 Shenkin è l’ombelico di Tel Aviv con le sue fila di negozi e la sua storia dai tratti underground: negli anni ’80 è stato il ritrovo per artisti e musicisti alternativi tanto da essere protagonista di una canzone scritta dal leader del partito Yesh Atid Yair Lapid e che per inciso cita l’immancabile Café Tamar.
Sulle colonne di Ha’aretz Gideon Levy scrive: “Sul Tamar è già stato detto di tutto. Succede che i caffè chiudano. E succede anche che un luogo che è una istituzione per Tel Aviv chiuda, nonostante molti la considerino la propria casa. Ma il fatto che la notizia esca durante il giorno nella quale si festeggia l’indipendenza di Israele è significativo. Non serve a niente piangere o dire che Tel Aviv non sarà più la stessa. Tamar era uno degli ultimi posti nei quali la gente ancora parlava senza dover messaggiare fino alla nausea. E ironia della sorte il caffè è stato sostituito da un gruppo su Whatsapp che si chiama ‘I profughi del Tamar'”.
Nato lo scorso venerdì, il gruppo serve per far comunicare i clienti sfrattati e oramai apolidi che combattono per ‘il diritto di sedersi’. E c’è ancora chi, parlando della storica proprietaria Sara Stein, dice: “Era come se Golda Meir fosse stata la proprietaria di un bar”.
Rachel Silvera twitter @rsilveramoked
(30 aprile 2015)