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Periscopio – Le radici

lucreziIn un piccolo, prezioso libretto, intitolato “Tornare alle radici. Per la ricostruzione delle basi della nostra democrazia” (Cittadella Editrice, Assisi), Francesco Paolo Casavola – luminoso giurista di fama internazionale, già Presidente della Corte Costituzionale, attualmente Presidente del Comitato Nazionale di Bioetica – offre al pubblico, in un affascinante affresco, nel quale la semplicità del linguaggio è pari alla profondità di pensiero, alcune sue riflessioni, a settant’anni dalla Liberazione, sul cammino percorso, in questo lasso di tempo, dalla Repubblica, e sui vecchi e nuovi pericoli incombenti sulla nostra società.
In una tavola rotonda svoltasi lunedì scorso, 11 maggio, presso l’Università “Suor Orsola Benincasa” di Napoli (alla quale hanno partecipato, oltre all’Autore, diversi eminenti giuristi e operatori del diritto, quali Lucio d’Alessandro, Aldo Sandulli – rispettivamente Rettore del Suor Orsola e Preside della Facoltà di Giurisprudenza -, Tommaso Edoardo Frosini, Lucilla Gatt e il Procuratore Nazionale Antimafia Franco Roberti), la lettura delle pagine di Casavola ha fornito lo spunto per un’interrogazione ad ampio raggio sul senso e gli obiettivi da dare alla nostra comunità, sulla possibilità e necessità di avviare una ricerca valoriale che, guardando al passato, al presente e al futuro, aiuti a riempire di nuovi, autentici contenuti quelle parole – quali dignità, legalità, cittadinanza, democrazia – che dovrebbero rappresentare le architravi del nostro vivere civile, e che paiono spesso divenute, invece, povere di senso.
Ed è un’interrogazione il cui esito non pare invitare all’ottimismo. La storia, infatti, ogni storia, come insegna Casavola, è anche storia di parole: sono le parole, con il loro uso e abuso, che segnano, sempre, i successi e le sconfitte dei popoli, le conquiste, le speranze, le tragedie. Pensiamo a cosa hanno significato, nel secolo scorso, nelle varie generazioni, parole come gloria, potenza, conquista, impero, pace, guerra, razza.
Ce n’è una, fra queste, che sembra esprimere con particolare evidenza lo sforzo, da parte dei costruttori della nuova Europa, di edificare, dopo il disastro, un mondo diverso, ed è la parola ‘dignità’. Una parola la cui storia, nota Casavola, trova il suo “punto più alto” il 23 maggio del 1949, quando l’Assemblea costituente di Bonn approva la Legge Fondamentale (Grundgesetz) della Repubblica Federale Tedesca, la quale, a differenza di altre Costituzioni nazionali – che, come quella italiana del 1948, si aprono generalmente con la definizione della forma dello stato (“L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”) -, contiene invece, all’art. 1, la seguente apodittica affermazione: “La dignità dell’uomo è intangibile. E’ dovere di ogni potere statale rispettarla e proteggerla” (“Die Würde des Menschen ist unantastbar. Sie zu achten und zu schützen ist Verpflichtung aller staatlichen Gewalt”). “Nessuna altra formulazione, prima e dopo di questa – osserva Casavola -, ha tanta energia ed assolutezza precettiva”.
La ‘dignità’, com’è noto, era già menzionata, come valore fondante della Repubblica, nell’art. 3 della Costituzione italiana del ’48 (che riconosce a “tutti i cittadini pari dignità sociale”), nell’art. 1 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, sempre del 1948 (“Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”), e sarebbe stata nuovamente evocata, in particolare, nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, proclamata a Nizza nel 2000 e poi recepita nel preambolo del Trattato costituente europeo del 2004 (“L’Unione si fonda sui valori indivisibili e universali della dignità umana, della libertà, dell’uguaglianza e della solidarietà”), che riprende, ancora, al primo titolo, il testo del Grudgesetz tedesco (“La dignità umana è inviolabile. Essa deve essere rispettata e tutelata”).
Quanti riferimenti alla dignità! Essa, a quanto pare, dovrebbe essere, in tutta Europa, garantita in un modo assoluto e capillare, a ogni livello. Sembrerebbe davvero che viviamo, da questo punto di vista, nel migliore dei mondi possibili. A meno che qualche pessimista non voglia sospettare che tutti questi richiami non siano ormai diventati, come direbbe Shakespeare, nient’altro che “words, words, words”. Certo, anche se la sua innata forza di volontà gli impedisce di iscriversi al partito dei catastrofisti, l’invito di Casavola a “tornare alle radici” e a “ricostruire le basi della nostra democrazia” mi pare soprattutto un grido di allarme, scaturito dalla consapevolezza di una pericolosa deriva della nostra comunità, persa in un mare di paura, sfiducia, egoismo.
Un naufragio nel quale pare affondare, per primo, proprio il concetto di dignità, a vedere quanta ne viene riconosciuta ai disperati che approdano sulle nostre coste, spesso dopo avere visto annegare i propri compagni di illusione, e di sventura.

Francesco Lucrezi, storico

(13 maggio 2015)