Tv – La battaglia del pasto casher

orange is the new“Orange is the new black” è una di quelle serie tv che fin dall’episodio pilota è stata accolta a braccia aperte dai critici televisivi statunitensi che non hanno potuto fare altro se non riporre la loro penna affilata nel taschino e stare a guardare le bislacche avventure delle protagoniste. Perché, per prima cosa, è ambientato in un carcere femminile (da qui il riferimento alla divisa arancione del titolo) e, in secondo luogo, non si esime dall’affrontare temi scottanti e raccontare le diversissime provenienze culturali ed etniche delle galeotte.
Lasciava perplessi dunque la mancanza di un qualche riferimento ebraico nella serie, se non per quel Larry Bloom promesso sposo dell’interprete principale che ogni tanto faceva banali riferimenti all’opprimente jewish mother. Niente di significativo fino all’arrivo della terza stagione, più jewlicious che mai.
La creatrice Jenji Kohan, originaria di una famiglia ebraica di Brooklyn, ha deciso di evitare accuratamente le ennesime scene di sedarim di Pesach e appiccicose feste di Chanukkah per poter calare l’identità religiosa in perfetta armonia con la trama e l’ambientazione della serie. Il pretesto infatti non è altro che una protesta da parte delle carcerate per ottenere i saporiti pasti casher in sostituzione delle rancide bustine sottovuoto. Una battaglia che fa suonare qualche campanello nelle orecchie degli americani e riporta alla mente l’ampio reportage pubblicato un anno e mezzo dal New York Times intitolato “Non devi essere ebreo per poter amare il pasto casher”. Sono infatti sempre più in crescita, rilevava il Times, le richieste di ricevere nelle carceri cibi cucinati secondo le norme ebraiche, nella speranza che siano più freschi e delicati. Attenzione però: costerebbero quattro volte più di un pasto normale.

In “Orange is the new black” a sollevare la questione è Cindy (interpretata da Adrienne C. Moore), che sostiene di essere ebrea pur di avere un piatto decente nel carcere di Litchfield e, a chi mette in dubbio le proprie origini, risponde secca: “Credi di sapere davvero qualcosa della mia vita? Shabbath Shalom bitch!” e poi continua esaltata propinando frasi a caso tipo: “Shana Tova e Hava Naghila, è bello far parte del popolo eletto”. Quando la situazione diventa ingestibile, arriva il rabbino Teitelbaum incaricato di interrogare le carcerate per capire chi sia realmente di fede ebraica e che riceve frasi come: “Chiamo mia madre ogni giorno”, “Odio i gamberetti” e addirittura una perfomance di Hava Naghila che si blocca dopo il ritornello con un imbarazzato “blablabla”. La terza stagione culmina infine con il processo di conversione di Cindy, che inizia a imparare i rudimenti base dalle sue compagne di cella di origine ebraica e chiede il benestare del rabbino Teitelbaum, rispondendo convinta di voler cambiare il suo nome in ‘Tova’. E, nonostante le perplessità iniziali e i momenti imbarazzanti (“Rabbino, ma lei è per caso parente di Ami Teitelbaum?”, gli chiede la carcerata ebrea e lui risponde seccato: “Sì, è mia cugina”), Cindy riuscirà a diventare Tova ed anche a immergersi in un improabile mikvè, per ultimare il suo percorso.
Anche se il dubbio che lo abbia fatto per quegli appetitosi pasti croccanti, freschi e casher, rimane.

Rachel Silvera twitter @rsilveramoked

(26 giugno 2015)