La manifestazione internazionale a Ginevra
Voci ebraiche a difesa di Israele

Manifestazione Ginevra - folla “Il sostegno da parte delle istituzioni ebraiche è tutto per Israele”, dichiara a Pagine Ebraiche il direttore del World Jewish Congress Robert Singer mentre guarda la sede delle Nazioni Unite di Ginevra. Attorno a lui, centinaia di persone affollano la piazza, arrivate da Italia, Francia, Belgio, Olanda, Ungheria e tante altre città europee. Sono tutte qui per protestare contro il trattamento riservato a Israele dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (Unhrc), ritenuto carico di pregiudizi e ingiusto. Sono qui per dare voce alla manifestazione organizzata lunedì dal Wjc assieme a diverse organizzazioni ebraiche del mondo, realizzata simbolicamente davanti al palazzo dell’Unhrc. Una dimostrazione indetta in concomitanza con la presentazione – proprio in quel palazzo – del controverso rapporto stilato da una commissione Onu sul conflitto esploso lo scorso anno a Gaza tra Israele e Hamas, in cui si accusano sia l’esercito israeliano sia i terroristi di Hamas di “crimini di guerra” e violazioni del diritto internazionale. Il governo di Gerusalemme aveva già aspramente contestato il rapporto, e nelle stesse ore in cui veniva discusso a Ginevra, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha annunciato l’intenzione di rivedere la partecipazione di Israele all’Unhrc.
“La ragione per cui siamo qua oggi è dire all’Onu che deve cambiare, deve andare oltre la sua ossessione nei confronti d’Israele”. Questo l’appello di Singer in rappresentanza delle circa 80 organizzazioni che hanno preso parte all’iniziativa del World Jewish Congress, tra cui anche l’associazione Amici d’Israele, le Comunità ebraiche di Milano e Torino, e poi lo European Jewish Congress, l’American Jewish Committee, il B’nai B’rith International, il Conseil Représentatif des Institutions juives de France, la European Union of Jewish Students e la World Union of Jewish Students. “Tale ossessione – ha specificato Singer – è distruttiva e impedisce una politica dei diritti umani efficace, di cui c’è un così forte bisogno”
Il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite esiste dal 2006, e da allora si è occupato del conflitto israelo-palestinese più ampiamente che di ogni altra situazione, con il 35 per cento dei rapporti totali discussi in assemblea legati a Israele. “L’iniquità nei suoi giudizi non mette in gioco solo la reputazione dell’Onu come ente mondiale di riferimento per la tutela dei diritti umani, ma anche la vita delle molte persone che hanno invece bisogno che l’organizzazione si concentri anche sulle situazioni critiche nei loro paesi”, l’appello di Singer.
L’applicazione di diversi criteri nel giudicare Israele, ma anche la grande attenzione per la tutela dei diritti umani all’interno della sola democrazia del Medio Oriente, e lo squilibrio del paragone proposto dal rapporto con l’organizzazione terroristica Hamas sono stati i temi al centro degli interventi che si sono succeduti nel corso della manifestazione, intervallati dall’auspicio di pace espresso dai ragazzi del ramo francese del movimento giovanile Hashomer Hatzair con la celebre canzone “Shir Lashalom”.
Il diritto di Israele a difendersi e la pericolosità di Hamas per gli stessi civili palestinesi a Gaza sono stati messi in luce da Richard Kemp, ex comandante dell’esercito britannico in Afghanistan tra i vari esperti militari intervistati dalla commissione Onu che ha stilato il rapporto e autore di un editoriale in proposito sul New York Times la scorsa settimana. I cittadini israeliani, ha invece sottolineato Anne Arfi, della Federazione svizzera delle Comunità ebraiche, “sono tutelati dal loro Stato e godono degli stessi diritti e delle stesse libertà di cui godiamo qui in Svizzera, da quella di stampa a quella di religione”.
A portare una testimonianza proprio sulla vita nel Paese nei 50 giorni di conflitto, sono stati Ofir Libstein, abitante del kibbutz Kfar Azza, a un chilometro dalla Striscia di Gaza, che ha descritto l’impatto traumatico del costante lancio di razzi sulla popolazione, e Adele Raemer, che ha raccontato come lei e gli altri abitanti del kibbutz Nirim siano stati quasi uccisi da terroristi sbucati da un tunnel sotterraneo. Raemer si è detta “delusa dalle insinuazioni dell’Unhrc sul fatto che Israele non chieda responsabilità al suo esercito”, sottolineando il rischio in più occasioni corso da soldati dell’IDF e “l’abbandono di diverse missioni fondamentali pur di non mettere in pericolo la vita di civili palestinesi”. Una mancanza di informazioni attendibili sui dati del conflitto è stata sottolineata anche dal giornalista del Foglio Giuliano Ferrara, che ha definito il rapporto della commissione Onu inaffidabile da tale punto di vista.
Con una consapevolezza ha concluso il raduno l’ambasciatore israeliano in Svizzera Yigal Caspi: “Conto sul vostro supporto, perché ci saranno ancora problemi, ma siamo sicuri che se vi chiameremo, voi ci sarete”.

Francesca Matalon twitter @fmatalonmoked

(30 giugno 2015)