J-Ciak – Jerusalem Film Festival “Tikkun” fa incetta di premi
È stato “Tikkun” di Avishai Sivan a spuntare il primo premio come miglior film al Jerusalem Film Festival, che oggi chiude i battenti. Film di grande potenza poetica, Tikkun si immerge nel mondo degli ultraortodossi di Gerusalemme mettendo in scena una drammatica crisi di coscienza, che coinvolge padre e figlio in uno scontro silenzioso destinato a sfociare in tragedia.
Il film, che si è aggiudicato il Haggiag Family Award for Israeli Cinema, modula la vicenda alternando scene di crudo realismo a visioni simboliche aggiudicandosi anche il premio per il migliore script mentre Khalifa Natour, attore arabo-israeliano che nel film interpreta il padre, ottiene il premio Haggiag come migliore attore protagonista. Shai Goldman, che è riuscito a imprimere al film un’atmosfera sospesa e profondamente straniante, ottiene il premio Anat Pirchi per la migliore cinematografia.
“Wedding Doll” di Nitzan Gilady, noto finora per il suo lavoro come documentarista, è stato invece insignito dell’Anat Pirchi Award come miglior primo film. Asi Levi che interpreta la protagonista, bella giovane donna con un lieve disturbo mentale che lavora in una fabbrica di carta igienica e sogna il suo abito da sposa, vince l’Haggiag come migliore attrice.
JeruZalem di Yair e Doron Paz, horror ambientato a Gerusalemme, vince il premio per il migliore editing oltre a quello del pubblico. Il premio della critica va a “A.K.A. Nadia” di Tova Ascher, storia dolente e drammatica di una donna che abbandona la sua identità di araba e vive per vent’anni da ebrea israeliana, finché si troverà a dover fare i conti con il passato.
“Hotline” della regista argentino israeliana Silvina Landsmann si è invece aggiudicato il premio della Van Leer Foundation come migliore documentario e pare fin d’ora destinato a ottenere un buon riscontro nel circuito dei festival. Raccontando l’impegno dei volontari di una piccola Ong di Tel Aviv che cerca di dare sostegno ai rifugiati africani, la regista mette in scena le profonde contraddizioni di un sistema che, spesso in aperta violazione delle convenzioni internazionali, rifiuta di prendere atto della loro presenza e dei loro diritti.
La maggior parte dei rifugiati vive nei pressi della Stazione centrale degli autobus. La loro presenza, ritengono molti dei residenti, ne fa una zona rischiosa e quasi invivibile. Eppure, in una strana dissonanza, “Strung Out” di Nirit Aharoni, vincitrice del premio Van Leer per la migliore regia documentaristica, ce ne offre un ritratto diverso e ancora più disperato. Protagoniste del suo lavoro sono donne, più o meno giovani, strette fra tossicodipendenza, prostituzione, sofferenza psichica, malattia. E’ un piccolo mondo disperato, ritratto in bianco e nero (la medesima scelta di Tikkun) che a tratti ricorda la Berlino narrata da “Christian F.” (1981), e riecheggia la storia personale della regista, figlia di una donna con lo stesso passato.
Menzione d’onore, infine, per il documentario “Thru You Princess” di Ido Haar, dedicato alla bella storia musicale di Princess Shaw e del musicista israeliano Kutiman, al centro del progetto musicale realizzato da quest’ultimo assemblando musica e immagini dai post pubblicati sul web da migliaia di artisti sconosciuti.
Daniela Gross
(19 luglio 2015)