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Qui Torino – Gli ebrei e l’Italia moderna

caffieroI diversi flussi migratori che portarono gli ebrei in Italia, la loro condizione una volta sbarcati nella Penisola, la costruzione dei ghetti e le complesse relazioni tra realtà ebraica e mondo esterno. Sono alcuni dei punti al centro dell’analisi del libro di Marina Caffiero, docente di Storia Moderna alla Sapienza, “Storie degli ebrei nell’Italia moderna. Dal Rinascimento alla Restaurazione” (ed. Carrocci, 2014), presentato al Museo Diffuso di Torino. All’incontro, moderato da Guido Vaglio, direttore del Museo Diffuso hanno preso parte, tra gli altri, Gianmaria Ajani, Rettore dell’Università degli Studi di Torino, Giovanni Filoramo, docente di Storia del Cristianesimo dell’Università di Torino e Claudio Vercelli, storico e ricercatore presso l’Istituto Salvemini (nell’immagine i relatori). Il volume, ad oggi oggetto di tre ristampe, è da considerare a tutti gli effetti un libro di storia dell’Italia Moderna, che parte analizzando la condizione degli ebrei italiani o giunti in Italia in seguito a fenomeni migratori, ponendo in particolare l’accento sulla nascita, o come dice l’autrice “l’invenzione” dei ghetti, sulle conseguenti relazioni tra ebrei e il mondo esterno e sul ruolo specifico del papato in tale panorama. L’autrice sembra partire da una storia di minoranze per poi tesserla con quella più generale, uscendo così dalla sterile convinzione che l’analisi legata ad una minoranza, come in questo caso quella ebraica, vada scissa dalla cosiddetta macro-storia dell’intera Penisola e in parte della stessa Europa. Lo stesso concetto è stato ripreso da Gianmaria Ajani, sostenendo che le espansioni e le contrazioni legate ai fenomeni migratori delle comunità ebraiche presenti sul territorio italiano hanno contribuito a definire la storia stessa della Penisola, proprio perché hanno costituito un “respiro continuo”.
Giovanni Filoramo ha poi posto l’accento sul tema delle relazioni che si andavano a creare sia dentro che fuori dai ghetti, fino al punto di parlare di creazioni di veri e propri networks transnazionali, legati ai fenomeni compresenti e coagenti di connessine e di mobilità. Segue l’intervento di Claudio Vercelli, in cui riconosce al libro della Caffiero “la linearità incontrovertibile propria della narrazione storica, tanto da renderlo un tentativo di dare spessore alla categoria socio-culturale della modernità italiana”. Inoltre analizza il contenuto attraverso due dicotomie che finiscono per aprire un sipario sulla realtà attuale. Da una parte i concetti di mobilità e stanzialità che vanno a definire i mutamenti del territorio e dei gruppi medesimi che lo occupano, dall’altra i fenomeni di inclusione ed di esclusione che richiamano il fondamento stesso della cittadinanza. “Il testo – sostiene Vercelli – è propedeutico alla comprensione del nostro presente che ha urgenza di essere ricostruito più del passato”. La storia concepita come un unicum costituisce la base stessa del libro, spiega l’autrice, che ha cercato di far dialogare la storia delle minoranze con quella delle maggioranze per richiamare il concetto, tutt’altro che utopico, di storiografia unica, per garantire alla storia stessa l’appellativo di scienza. “Il discorso pubblico della storia – conclude l’autrice – non è solo trasmettere contenuti nuovi, ma anche dare chiavi per intervenire nel presente”. La storia, per definizione passata, ci permette così di definire i chiaroscuri del nostro presente molto più indecifrabile del passato. È sul presente che possiamo agire davvero, è il presente l’unico tempo che ci riguarda e di cui siamo profondamente responsabili.

Alice Fubini

(16 settembre 2015)