…opinioni
La nomina di Fiamma Nirenstein ad ambasciatore di Israele ha finalmente restituito un po’ di vivacità al dialogo fra gli ebrei italiani autoctoni e la comunità degli ebrei italiani in Israele. Finalmente si prende atto (ma qualcuno non lo accetta) che possano coesistere pareri diversi su questioni di politica governativa. Israele è un popolo unico, ma al suo interno, come in tutti i popoli, ciascuno ha il diritto di pensarla in modo diverso, al di là delle barzellette sui due ebrei e sulle loro tre opinioni. Dunque, fa piacere apprendere che ad alcuni amici italiani di Gerusalemme la nomina dell’ambasciatore risulta gradita, opportuna e utile. E lo si accetta senza cercare di definirli politicamente o di criticarne i gusti. Ci si aspetta, per contro, che le critiche alla stessa nomina siano accolte nello stesso spirito di una dialettica rispettosa che ha come presunzione necessaria la buona fede dell’interlocutore e il suo diritto a pensare, ché altrimenti non varrebbe la pena di dialogare.
Ciò precisato, giudicare inopportuna la scelta del governo Netanyahu non significa essere ‘politically correct’, o ‘immischiarsi’ negli affari dello stato di Israele; si può anzi affermare che è successo esattamente l’inverso: è il governo Netanyahu che ha preso posizione nei riguardi della politica degli ebrei italiani e delle loro infinite (purtroppo ininfluenti) polemiche su Israele, nel momento in cui ha deciso di nominare ambasciatore una persona con cittadinanza e storia personale italiane, chiaramente schierata a destra nel quadro politico italiano (oltre che in quello israeliano), e fresca di candidatura (a destra) per la presidenza della maggiore comunità ebraica italiana. Parlare di ‘politically correct’ è da tempo fuori moda, ma Netanyahu, per qualche suo recondito motivo, ha voluto travalicare i limiti dell’opportunità politica, incurante della necessità di mantenere il dialogo fra le nazioni. Per non dire il dialogo con la diaspora, dalla quale, da tutta e da sempre, Israele si aspetta affetto e sostegno. Nessuno sta ‘demonizzando’ Fiamma Nirenstein, come invece si sta sostenendo lanciando sassolini nei laghetti. Non è stato criticato il colore dei capelli di una persona. Che Fiamma Nirenstein sia in grado di rappresentare al suo meglio la politica dell’attuale governo israeliano non lo si mette in dubbio. Il dubbio è se a quel governo la sua rappresentanza sarà utile. E se lo sarà anche alla sua ex-comunità ebraica italiana, e con quali atteggiamenti affronterà il rapporto con essa, viste le sue note posizioni. Dove stia di casa il ‘politically in-correct’, allora, possiamo continuare a chiedercelo, da prospettive diverse, però.
E si noti che nessun ebreo italiano si è mai espresso né contro né a favore della nomina di un qualsiasi ambasciatore sabra ben connotato ‘israelianamente’, a destra o a sinistra. Sono sempre stati considerati, giustamente, affari del governo israeliano. Questa volta, le cose stanno un po’ diversamente, e si spera che anche chi non ama il politically correct possa serenamente riconoscerlo, pur conservando il suo diritto politico ad apprezzare le scelte di Netanyahu. Per reconditi motivi. Da oggi, comunque, qualche ebreo italiano sa di non doversi aspettare inviti formali per festeggiamenti all’ambasciata. La cosa può lasciare sconfortati, ma nessuno ne farà un dramma. Qualcuno metterà l’abito elegante. Qualcun altro dovrà aspettare – come dice il poeta – che passi la nottata.
Dario Calimani, anglista
(22 settembre 2015)