J-ciak – Oscar, Israele corre in lingua farsi
Strano ma vero. Le tensioni nucleari fra i due paesi sono alle stelle. Eppure il film che Israele quest’anno candida agli Oscar parla persiano. Fin dal titolo, “Baba Joon”, il vezzeggiativo farsi per “papà”. Diretto da Yuval Delshad e fresco vincitore del premio Ophir (l’Oscar israeliano), il film ci porta in un Israele che pochi conoscono, quello degli ebrei immigrati dall’Iran. Il racconto è ambientato in un moshav nel Negev, dove il nonno ha messo su con le sue mani un allevamento di tacchini. Pur se a malincuore il figlio Yitzhak porta avanti la tradizione ma il tredicenne Moti – l’unico sabra e l’unico che nel film parla ebraico – finirà per ribellarsi. “Voglio fare quello che amo. Non come te”, dice al padre in una delle scene più intense del film.
Fin qui siamo nel campo nel più classico scontro generazionale. Ma “Baba Joon” ci porta più lontano, nel cuore delle lacerazioni dell’emigrazione/immigrazione. A scontrarsi non sono solo i valori di età differenti ma le identità che l’anziano patriarca, il padre e il figlio (la madre è una sorridente figura di contorno) si costruiscono nella difficile dinamica tra il mondo di partenza e quello d’arrivo.
Il nonno (Rafael Faraj Eliasi), emigrato in Israele negli anni Ottanta, è profondamente legato alla famiglia, ai valori della tradizione e al suo passato in Iran. Il figlio (Navid Negahban, noto per aver recitato nella serie “Homeland”) porta avanti a fatica il retaggio del padre ma non è pronto a lasciare libero il figlio. Dal canto suo il giovanissimo Moti (Asher Avrahami, al suo debutto) nato e cresciuto in una società del tutto diversa, rivendica il diritto a scegliere la propria strada.
Qual è il punto di equilibro tra l’orgoglio dei padri e l’individualità del singolo? Come si bilanciano due istanze così diverse e come si fa a non smettere di amarsi quando la vita ci rende diversi? Il film ruota attorno a questi interrogativi con un realismo che nasce dall’esperienza dello stesso regista, anch’egli figlio di immigrati iraniani, nato e cresciuto a Zrahia, un moshav del tutto simile a quello ritratto in “Baba Joon”.
Se le riprese nell’allevamento di tacchini sono a tratti impressionanti – la scena del taglio del becco trasmette il loro terrore con incredibile fisicità – gli esterni sono magnifici. Yuval Deshal ha voluto fare del Negev uno dei protagonisti del suo primo film (finora era noto come documentarista, con lavori come “Lockup Family”, del 2007, su una famiglia spezzata dalla mafia, o “Drishat Shalom Me-Milhama – Regards from War” del 2013, che affronta l’esperienza della guerra attraverso le cartoline e le lettere dei soldati). “Per questo film cercavo luoghi desolati e selvaggi, sentieri che portano a montagne e pianure distanti”, dice Deshal che per identificare le giuste location ha impiegato i weekend degli ultimi quattro anni a esplorare in moto il Negev. Il risultato è notevole. Nella bella fotografia di Ofer Inov, che ha lavorato con Joseph Cedar in “Beaufort” e “Campfire”, i luoghi rispecchiano le emozioni dei protagonisti e nel loro immenso silenzio finiscono per parlare da sé.
Quanto ai dialoghi, l’intreccio tra farsi ed ebraico è ipnotico, tanto che a volte è difficile capire dove finisce uno e inizia l’altro. Segno di una contiguità che supera di secoli le tensioni nucleari. Segno di un mondo che, perfino agli Oscar, si rimescola senza tregua, spesso contro ogni aspettativa. Se Israele candida un film in farsi, la Francia nomina infatti “Mustang” di Deniz Gamze Erguven. Un’altra storia di adolescenti in crescita, un’altra rivolta contro i valori della tradizione: questa volta tutta recitata in turco.
Daniela Gross
(24 settembre 2015)