Il veleno dell’antisionismo
Il carattere nazionalista del movimento sionista non avrebbe rappresentato, di per sé, un ostacolo alla sua accettazione da parte della sinistra. In definitiva, esso poteva essere considerato come uno dei tanti movimenti nazionali di liberazione dei popoli che, secondo una nota dottrina, costituiscono una prima fase necessaria della lotta anti-imperialista. Non a caso, l’URSS fu uno dei primi paesi a riconoscere lo Stato d’Israele e a manifestare per qualche tempo simpatia e sostegno nei suoi confronti, al punto di definire “aggressione imperialista” il tentativo dei paesi arabi di soffocare il nuovo stato nella culla. Questa fase durò fino a che la dirigenza sovietica non constatò con delusione che Israele tendeva a collocarsi nel campo occidentale, ovvero nel campo dell’“imperialismo”. Si trattava, in definitiva, della solita delusione nel prendere atto dell’attrazione della maggioranza degli ebrei per la democrazia liberale.
Il primo consistente banco di prova dell’atteggiamento del campo comunista e di larga parte della sinistra europea nei confronti di Israele e del sionismo fu rappresentato dalla Guerra dei Sei Giorni del 1967.
Un episodio vale ad illustrare il clima di quel periodo e le opinioni circolanti. Fummo quasi un centinaio a scrivere una lunga lettera indirizzata all’organo del Partito Comunista Italiano, L’Unità, per protestare contro la posizione duramente anti-israeliana assunta dal giornale e dal partito. Una rappresentanza dei firmatari ebbe un colloquio “chiarificatore” con il responsabile esteri de L’Unità Alberto Jacoviello e con il cronista delle cose mediorientali Arminio Savioli. Uniti nel condannare Israele, finirono per litigare fra di loro sulla questione seguente: il primo sosteneva che Israele era “soltanto” un agente dell’imperialismo americano, mentre il secondo asseriva che Israele era una potenza imperialista autonoma, la quale conduceva una politica ancor più aggressiva degli USA e talora in dissenso con l’alleato. La controversia fu risolta da dura lettera inviataci dal direttore del giornale, Maurizio Ferrara, che di fatto si schierò con il primo punto di vista. Dopo aver definito i propositi di distruzione di Israele da parte dei paesi arabi circostanti come un «elemento di debolezza» del fronte anti-imperialista, affermava: «è in corso un atto, importante, della lotta tra imperialismo e forze anti-imperialiste e che, in questa lotta, Israele rappresenta un punto di forza dirompente dell’imperialismo, i paesi arabi la tendenza contraria».
Questa era ancora la fase in cui l’atteggiamento della sinistra comunista rifletteva la delusione sovietica per lo schieramento internazionale scelto da Israele. Il problema palestinese aveva ancora echi marginali e la questione ebraica veniva esclusa come non inerente al conflitto mediorientale. Va detto che questa distinzione aveva, se non altro, il merito di porre un argine al tentativo di aprire un discorso sulle “responsabilità degli ebrei”, con la conseguente apertura delle cataratte dei luoghi comuni antisemiti. Si manifestava insomma uno sforzo di mantenere la questione sullo stretto terreno della politica internazionale.
In pochi anni il panorama cambiò in modo radicale e sempre più drammatico. Non è facile identificare le fasi attraverso cui l’ostilità contro Israele visto come punta di lancia dell’imperialismo trapassò in ostilità contro il sionismo e, quindi, in un atto di accusa contro il popolo ebraico, avente caratteristiche sempre più globali. Di certo, ne conosciamo una tappa fondamentale: trattasi della risoluzione dell’ONU n. 3379 del 10 novembre 1975, in cui si determinava che «il sionismo è una forma di razzismo e di discriminazione razziale». A quel punto, la questione mediorientale e palestinese non era più una faccenda di politica internazionale, ma era ricondotta al problema del razzismo; e quindi a una sfera a dir poco esplosiva, che mai è stata evocata nei rapporti internazionali, salvo il caso dell’allora Rhodesia e del Sud Africa, in cui esisteva una condizione di segregazione razziale decretata per legge e quindi incontestabile sul piano oggettivo.
La ricostruzione storica dettagliata del passaggio dall’ostilità contro Israele all’antisionismo e quindi all’antisemitismo, è al di fuori dei nostri obbiettivi. È invece possibile individuarne facilmente alcuni dei fattori determinanti.
In primo luogo, occorre ricordare che diversi paesi, istituzioni e leader del mondo arabo ebbero, fin dall’inizio, eccellenti rapporti con il regime nazista: il caso più noto è quello del Gran Muftì di Gerusalemme. Il fatto determinante fu l’asilo dato da diversi paesi arabi – in particolare dalla Siria e dall’Egitto sotto il regime di Nasser – a un gran numero di criminali nazisti e di ex-SS. Questi personaggi non ebbero soltanto un ruolo importante dal punto di vista dell’addestramento militare. Essi esportarono in quei paesi i capisaldi della loro propaganda, in particolare di quella razziale. Sapevano come e cosa fare e avevano trovato un contesto in cui prendersi la loro rivincita. Nel mondo arabo vi è stata una vastissima diffusione, a partire dagli anni cinquanta, di materiali come il Mein Kampf di Hitler, i Protocolli dei Savi Anziani di Sion, ed altra pubblicistica consimile. I Protocolli ebbero ben sei edizioni nell’Egitto nasseriano, a cura del Ministero dell’Orientamento Popolare, il quale aveva reclutato un gran numero di ex-nazisti. Ed anche Re Feisal dell’Arabia Saudita ne fece preparare un’edizione rilegata di cui faceva omaggio ai visitatori stranieri.
Tutto ciò non ha avuto soltanto le caratteristiche di una ricezione passiva. Alcuni gruppi di intellettuali, politici e propagandisti del mondo arabo e islamico mostrarono una non comune capacità di comprendere i temi che potevano far breccia nel mondo occidentale e, in particolare, in Europa, di riappropriarsene e di utilizzarli. Essi compresero lucidamente che il tema della lotta contro l’imperialismo e per il riscatto dei popoli oppressi non era sufficiente a stimolare una reazione sufficientemente vasta e corale e un’ostilità davvero radicale nei confronti dello Stato d’Israele. Il tema su cui occorreva battere era quello del sionismo, in stretta correlazione con la questione ebraica. Quest’ultima era la ferita davvero aperta in Europa e, per un duplice motivo: per la cattiva coscienza nei confronti degli orrori verificatisi sul continente durante la Seconda Guerra Mondiale e per un persistente sentimento antisemita che non richiedeva altro che di essere attizzato per tornare in superficie. La miscela esplosiva consisteva nel collocare il tema delle colpe dello Stato d’Israele entro il quadro più ampio delle colpe di Israele, dell’ebraismo. Queste ultime l’Europa le “conosceva” meglio di chiunque altro: la pretesa di essere il popolo eletto, la tendenza perpetua a porre in essere un complotto per imporre il dominio della plutocrazia giudaica. Il sionismo, l’esistenza stessa di Israele, la sua politica non erano forse la nuova prova – la più convincente di tutte, la prova definitiva – dell’esistenza del complotto? Non era giunto il momento che l’Europa si rendesse conto che le vecchie storie dei Protocolli non erano fandonie? E che essa doveva correre in soccorso della nuova vittima della prepotenza ebraica, il popolo palestinese?
Quanto certi intellettuali del mondo arabo e islamico abbiano compreso i temi cruciali dell’antisemitismo – elezione, complotto, colpa universale, espiazione senza limiti – e li abbiano utilizzati con perizia, non potrebbe essere meglio descritto dal seguente agghiacciante brano:
«Israele è così, Stato superiore, che ha tutti i diritti e nessun dovere, che gode di un’impunità permanente, fiero e assoluto, moderno nell’esercizio della morte, antico nell’esercizio di una dialettica che deve presto o tardi condurlo a nuove dispersioni, cioè a un’apocalisse suprema, come una grande tragedia. Sarà solo. Unico autore del suo martirio. Solo di fronte al mondo che avrà rinunziato a capire alcunché del destino di un popolo nato per essere eletto e morto per esserlo stato».
Un terrificante messaggio di odio in cui viene pronosticata una nuova e stavolta definitiva Shoah, un’apocalisse suprema di cui nessuno dovrà più pentirsi, perché Israele sarà finalmente solo, unico autore del suo martirio. Un messaggio veicolato da temi familiari e che offriva a quella parte d’Europa che alimenta ancora sentimenti maligni, una via d’uscita seducente: stavolta non dovrete pentirvi, non dovrete scusarvi e battervi il petto; saranno gli ebrei stessi gli unici responsabili della loro soluzione finale. E, come abbiamo constatato, questa parte d’Europa non ha faticato a recepire la seducente proposta.
Ciò non basta. Perché si è compreso che un altro aspetto su cui far leva era la banalizzazione del genocidio. Bastava aggiungere un tassello a una tendenza che già si stava manifestando da ogni lato. Ed ecco che ogni operazione militare israeliana diventa sempre e comunque “genocidio”, mentre naturalmente qualsiasi azione terroristica che proviene dal fronte opposto non lo è mai. E casomai qualcuno trovasse eccessivo parlare di genocidio in casi come questi, è sempre a disposizione la categoria imperscrutabile del “genocidio morale”, che è quello cui sarebbe sottoposto il popolo palestinese attraverso la negazione della sua identità.
Ma non basta ancora. Un altro tassello va aggiunto: l’identificazione del sionismo con il razzismo, anzi con il razzismo nazista. Il mondo islamico chiama l’antifascismo europeo ad una nuova battaglia storica: «Il nostro mondo si trova ora di fronte all’emergere di un nuovo tipo di nazismo i cui adepti proclamano che la loro dottrina risale a tempi lontani della storia». E ancor più efficace sarà ammiccare alla sinistra, soprattutto a quella rivoluzionaria e anti-imperialista, suggerendole che il sionismo è il cuore stesso del loro odiato nemico, che esso è nientedimeno che «il centro stesso della cultura intellettuale e politica dell’Occidente». Come se non bastasse, viene di nuovo messa in circolo la tematica del razzismo antisemita europeo. Già, perché l’idea della razza ebraica cui si richiamerebbe il sionismo, e sulla cui base vorrebbe affermare la propria superiorità sulle altre razze, «non deriva soltanto dalla persecuzione millenaria degli ebrei nell’Europa cristiana, ma anche dalle tipologie razziali di Gobineau, Stewart, Chamberlain e Renan»… Si noti che qui il velo è brutalmente caduto: qui si parla degli ebrei, soltanto ed esplicitamente di quella razza la cui tipologia è definita in termini inequivoci. In tal modo, attraverso un’incredibile piroetta concettuale, si offre a quella parte dell’Occidente che si riconosce nella lotta contro l’imperialismo e il razzismo, un capro espiatorio nella figura dell’ebraismo-sionismo razzista, la cui idea di razza è nientemeno che il più puro distillato proprio di quelle teorie che ne hanno predicato con successo la distruzione. Le tematiche delle tipologie razziali con cui il razzismo antisemita ha descritto gli ebrei sono recuperate, ripulite e rese presentabili proprio per descrivere il razzismo ebraico-sionista…
Non ci vuole molta fantasia per scorgere qui Osama Bin Laden, neppure in forma embrionale. Perché, se il tiro appare tutto concentrato sull’ebraismo-sionismo, ancora una volta esso è soltanto il capro espiatorio per l’attacco alla democrazia. Dietro l’ebraismo- sionismo si scorge chiaramente il più grande nemico, il Grande Satana delle democrazie capitalistiche corruttrici. Questo è il vero nemico da battere, anche facendo leva sulle sue contraddizioni interne, ritorcendogli contro il suo razzismo latente e la sua cattiva coscienza, cercando alleanze con quei suoi gruppi rivoluzionari che sono pronti ad abbracciare ogni causa, sfruttando la sua «capacità infinita di generare dei figli e degli uomini che detestano il regime sociale e politico in cui sono nati, e odiano l’aria che respirano, allorché ne vivono e non ne hanno conosciuto un’altra.
Si dirà che questa è storia di ieri, di almeno trent’anni fa e che oggi le cose vanno diversamente. Infatti, vanno peggio: gli esempi che abbiamo prodotto sono semplicemente i capostipite di una lunga serie che si snoda fino ai giorni nostri in un crescendo impressionante. Il vecchio direttore de L’Unità del 1967 sarebbe forse balzato sulla sedia, se qualcuno lo avesse accusato di pensare che il sionismo e il razzismo sono la stessa cosa. Oggi, nonostante la delibera dell’ONU del 1975 sia stata cancellata, quell’equazione è diventata un luogo comune. In questo sviluppo ha giocato un ruolo fondamentale l’ingresso in campo di un nuovo protagonista, addirittura di uno stato, l’Iran che – soprattutto nel periodo della presidenza di Mahmud Ahmadinejad – ha sviluppato un attacco frontale contro lo stato d’Israele basato non soltanto sull’equazione sionismo = razzismo = nazismo, ma diventando protagonista mondiale del negazionismo della Shoah, al punto da promuovere convegni sul tema e da aiutare chiunque in Occidente fosse propenso a fiancheggiare tale azione di propaganda. La dirigenza iraniana ha trovato numerosi alleati non soltanto nel mondo arabo e islamico, ma anche nel cosiddetto Terzo Mondo, per esempio nella persona del presidente venezuelano Hugo Chávez ed è riuscita ad esercitare una forte influenza sul mondo palestinese favorendone la più estrema radicalizzazione. E l’avvento di una dirigenza “moderata” dopo la presidenza di Ahmadinejad non ha affatto accantonato la propaganda negazionista.
Giorgio Israel (“La questione ebraica. I conti sempre aperti con il razzismo”, ed. Salomone Belforte)
(25 settembre 2015)