Famiglia di luce e di tenebra
Nella frenesia della colazione mattutina, destreggiandoci tra un bicchiere di latte in bilico sul piatto e un cucchiaio di miele gocciolante, i bambini intrattengono interessanti conversazioni culturali, religiose e letterarie. Stamattina l’argomento principe erano le pulcette di Beatrice Alemagna, artista e illustratrice italiana di talento che per poter vivere di libri per l’infanzia si è dovuta trasferire a Parigi. Le pulcette affollano i giardini, sono magre e grasse, diverse ma con pari diritti, come “I cinque malfatti”, della stessa autrice, i quali non si adeguano alla noiosità conformista dell’essere belli fisicamente, perfetti ed ordinati, ma in compenso si divertono molto di più.
Dalle pulci alle altre creature che popolano il giardino il passo è stato breve e mi sono ritrovata a pensare di nuovo a Parigi e a un altro artista che vive e lavora in Francia: il direttore del Ballet de l’Opéra de Paris, coreografo e ballerino Benjamin Millepied (concessa la licenza poetica dell’assonanza con l’italiano).
Il balletto è la metafora di come penso si dovrebbe vivere la vita: sorridendo in punta di piedi anche di fronte alle difficoltà. Disciplina durissima, la cui fatica non deve apparire, e di fatto non traspare dalla leggiadria dei movimenti.
Millepied è un talentuoso artista, reso celebre nel 2010 dal film “Il cigno nero” da lui diretto e interpretato insieme alla futura moglie Natalie Portman, per la cui parte l’attrice ha vinto il premio Oscar come migliore interprete protagonista. Soltanto una cosa, ahimè, in comune con lei, giovane bella e brava, ce l’ho, ed è la passione per la pratica del balletto in gioventù. Anzi forse anche qualcos’altro: appartenere ad Am Israel e amarne la lingua. E in questa lingua amare l’autobiografia (ma è molto più di questo) di Amos Oz, Sipur al Ahavà veChoschech, “Una storia di amore e di tenebra”.
Forse il soggetto del film “Il cigno nero” ha interessato Portman non solo per la danza, ma anche per la storia del rapporto malato tra una madre ingombrante e una figlia succube, tema che ritorna sottile nel testo di Oz. Autobiografico, ma appunto non soltanto autobiografia: racconto della nascita di Israele e dei primi anni di vita del Paese visti con gli occhi di un bambino povero di origine askenazita, in una famiglia di intellettuali (in parte) affascinati dall’Herut, quando la prevalenza dell’intellighenzia est europea arrivata in Eretz Israel sosteneva il Mapai di Ben Gurion; riflessione sulla letteratura e sulla scrittura come creazione artistica; storia dell’ebraismo europeo spazzato via dalla Shoah; rapporto irrisolto con la madre morta e indagine nella complessità dei rapporti familiari.
Tutto Bereshit racconta del tentativo di risolvere conflitti familiari e lotte intestine, e proprio all’interno della famiglia nascono le tensioni più grandi che conducono spesso alla tragedia, da Cain ed Havel passando per Itzhak ed Ismael (da cui discendono rispettivamente i due popoli ebraico e musulmano). Per arrivare sino ad oggi e a famiglie apparentemente ‘normali’ e serene, come quelle causticamente ritratte in “Benvenuti in casa Gori” (diretto da Alessandro Benvenuti nel 1990), o in “Parenti e serpenti” (Mario Monicelli, 1992), ad esempio. Nell’allegria delle feste (natalizie, in questo caso) ci si può accanire contro gli anziani di famiglia, sino a farli saltare in aria simulando una fuga di gas.
Tornando al libro di Oz, Fania Mussman è una bellissima ed affascinante studentessa universitaria: arriva a Gerusalemme, sola, nel 1936 e sola riparte da Tel Aviv nel 1952, lasciando il marito ed un figlio di dodici anni il quale forse, senza i racconti materni popolati di elfi e streghe, non avrebbe mai cercato nella fantasia il ponte con la vita per superare la perdita della madre. La crudezza di quel che fu aleggia per le prime seicentodiciannove pagine del libro: solo qui Amos Oz affronta esplicitamente la realtà di una madre che mette fine alla propria esistenza e di un figlio bambino che ha fatto di tutto per tenerla in vita, ancora quando sin da piccino non poteva neppure ipotizzare la sua fine, eppure sognava già di essere un eroico pompiere intento a salvarla e a proteggerla.
E negli ultimi tempi prima della sua partenza, alle soglie del Bar Mitzvah, portandola in casa con amore per asciugarla quando la trovava seduta fradicia di pioggia e lo sguardo perso, sostenendola, aiutandola in casa nelle faccende domestiche, cercando di farla vivere nel mondo mitopoietico condiviso dei loro racconti – “In quelle notti io e mia madre giocavamo spesso alla storia incrociata: lei cominciava, io continuavo, le ripassavo il bandolo, che poi tornava di nuovo a me…”.
Per tenerla in vita, per spezzare i “mille anni tenebra” che tengono talvolta divisi quelli tra i quali ci dovrebbe essere più amore e condivisione ovvero i membri di una stessa famiglia, il bambino sulla soglia della morte materna avrebbe urlato, implorato pietà, si sarebbe persino auto punito come aveva visto fare alla madre, la quale dopo i litigi con la propria, di madre, si batteva la testa e graffiava il viso sino alle lacrime.
Ma non sarebbe bastato.
E alla fine quello che resta, per sconfiggere le tenebre, è il mondo immaginifico cercato nella solitudine del Kibbutz, con un quaderno ed una matita come “centro dell’universo”, perché scrivere serve a “trattenere, levigare il dolore”. E come diceva la nonna, “se non ti restano più lacrime per piangere, non piangere. Ridi”.
Scrivi.
Crea per te una famiglia diversa da quella di dolore che lasci alle spalle.
I figli della luce e il partito delle tenebre, combatteranno insieme… Ma la potenza di D-o fortificherà il cuore dei figli della luce (1QM Rotolo della guerra,1, 12; 1,15).
Sara Valentina Di Palma
(29 ottobre 2015)