Madri d’Israele – Miri
Molte sono le storie che meritano di essere raccontate, ancor di più quelle che meritano di essere ascoltate. E mentre continuo imperterrito la mia ricerca, all’insegna della solidarietà e del talento tutto al femminile, mi imbatto in una figura davvero singolare, unica nel suo genere. Una figura inconfondibile, imperdibile. Una Madre d’Israele come non l’avevamo mai vista prima d’ora.
Miri Ben-David Livi, quarant’anni (dichiarati orgogliosamente), moglie, nonché madre di cinque adorabili bimbi.
Comincerei dalla fine: Miri è una giornalista di successo, una nota blogger, una relatrice rinomata, una consulente apprezzata. Miri è una donna felice, realizzata, consapevole e grata della sua fortuna. Una donna positiva e travolgente, dal sorriso indimenticabile.
“Non ho mai amato buttare via il mio tempo, l’ho sempre considerato prezioso. Terminato così il liceo e il periodo di servizio sociale, obbligatorio qui in Israele per le ragazze religiose, mi sono chiesta cosa avrei dovuto fare della mia vita. Certo, avrei potuto cominciare a studiare, iscrivermi all’università, ma una vocina dentro di me mi diceva che sarebbe stata la scelta sbagliata.
Seguii dunque la mia vera passione e mi iscrissi ad un corso per aspiranti giornalisti”.
E così la gavetta, i primi articoli, i primi successi, le prime soddisfazioni.
Un evento, tuttavia, la condusse a Milano, cambiando per sempre le carte in gioco: l’amore per un ragazzo, quel ragazzo diventato poi suo marito.
“Quando l’amore bussa alla tua porta non puoi farlo aspettare, e anche se ciò comporta delle rinunce, per l’amore si fa tutto.”
Nonostante i forti sentimenti che la legavano a quel giovane italiano che aveva conquistato il suo cuore, le condizioni che Miri pose erano molto chiare: prima o poi sarebbero tornati in Israele, l’unico posto in cui si sarebbero davvero sentiti a casa.
“Abitai a Milano sei anni, sei anni che ricordo con molto affetto. Crebbi lì tre dei miei cinque figli e, con il quarto ancora in grembo, mio marito mantenne la promessa e tornammo ad abitare in Israele”.
Il periodo che seguì non poteva essere più felice: la nostra protagonista ricominciò a coltivare la sua passione, lasciata in sospeso troppo a lungo, e scrisse come mai aveva fatto precedentemente, conquistando testate giornalistiche del calibro di Yedioth Ahronoth.
“In quanto donna religiosa, profondamente credente e rigorosamente praticamente, ho sempre puntato a scrivere per quei giornali riconosciuti come laici, notoriamente di sinistra, nonostante il mio orientamento politico sia tutt’altro. Mi soddisfa molto di più, mi riempie, mi completa, ma sopratutto, mi sottopone a delle sfide con cui amo confrontarmi”.
Mi racconta con entusiasmo e commozione del suo ultimo articolo: l’assassinio di Yizhak Rabin (il cui ventesimo anniversario cade proprio in questi giorni) visto da chi si era duramente opposto alla sua politica durante tutto il suo mandato, proprio come aveva fatto lei.
“Il confine è sottilissimo”, ribadisce con forza. “Capisci?”. Capisco perfettamente.
“Cinque anni fa ci fu un’altra svolta cruciale nella mia vita”, continua incalzante. “Decisi d’un tratto di aprire un blog, un blog di moda, un blog che si rivolgesse a tutte quelle donne che, come me, amano dedicare attenzioni al proprio look, ma che si sentono limitate da lunghezze e trasparenze, scollature e colori, in quanto donne religiose. Decisi di trasmettere loro, oltre che a me stessa, che la fede non è un limite, non può essere un limite. Che l’amore, la passione per qualcosa, supera qualsiasi ostacolo”.
Con quel successo immediato che caratterizza da sempre Miri, anche il suo blog spopola molto velocemente, ottenendo risultati sbalorditivi.
“Così ebbe inizio la terza fase della mia carriera”, mi annuncia ridendo. La sua è una risata contagiosa, di quelle che ti fa venir voglia di ridere a tua volta, solo per l’energia che trasmette.
“Tante erano le donne che venivano da me, supplicandomi di aiutarle, di dar loro visibilità sul mio blog, pubblicizzando le loro attività. Piuttosto che sostenerle singolarmente, decisi di pensare in grande, di essere ambiziosa. Il risultato? Ciò che noi chiamiamo il Club delle Gonne. Fondai un’associazione che fungeva da networking, ci incontrammo per la prima volta in cinquanta, nel salotto di casa mia. Ognuna raccontava della sua professione, pubblicizzava così i suoi prodotti e le sue capacità. Oggi contiamo duemilacinquecento membri. Sul mio sito puoi trovare tutte le foto dei nostri incontri, seguire tutti i nostri spostamenti”.
Non posso negare di essere impressionato, la mia interlocutrice non smette di stupirmi.
Miri continua ad elencarmi le sue attività, che diventano troppe da memorizzare, annuisco quindi sorridendo, prendendo nota di successi e trionfi.
“Tengo conferenze in Israele e all’estero, le tematiche che tratto toccano spesso l’argomento del tempo e l’importanza di sfruttarlo nel miglior modo possibile, ottimizzandolo fino all’ultimo minuto”.
Mi racconta, inoltre, di essere stata nominata una delle cinquanta donne più influenti in Israele.
Mi domando (e le domando) come trovi il tempo da dedicare ai figli, al marito e alla casa.
“È una sorta di circolo vizioso. La mia famiglia mi dà tutta la gioia di cui necessito, gioia che verso nel mio lavoro, che si tramuta in passione e che mi permette di essere quella donna serena che sono, quella donna soddisfatta, che torna a casa dal lavoro e non aspetta altro che aiutare i suoi bimbi a fare i compiti, che si impegna per far trovare loro un pasto caldo da mangiare”.
Eppure mi suona tutto troppo facile, mi racconta una storia troppo semplice per essere vera. Comincio a pensare che il suo ottimismo faccia ombra su difficoltà ed ostacoli, su cadute ed incidenti di percorso, di cui non sono a conoscenza. Tuttavia vengo subito rassicurato e ogni mio dubbio viene ampiamente soddisfatto.
“Penso che essere donna sia un vantaggio, persino nel mondo in cui lavoro. Il mio essere donna mi ha dato quella sensibilità, quell’umanità ed empatia necessaria per affrontare ogni situazione nella quale io mi sia trovata durante questi anni. L’unica vera mancanza che sentivo di avere all’inizio della mia carriera era un senso assoluto di incapacità nel fare gli affari, dono che invece sembra essere quasi innato negli uomini. Mi vergognavo persino di essere pagata per ciò che scrivevo, ma negli anni ho imparato a colmare questa mia lacuna.”
Mi congedo ringraziando Miri per avermi dedicato il suo tempo prezioso.
Perché parlare con lei è rigenerante, la forza delle sue parole riscatta dalla noia e dalla banalità nella quale spesso viviamo. Parole che riescono persino ad addolcire il caffè amaro che sorseggio durante la nostra chiacchierata.
David Zebuloni
(29 ottobre 2015)