Qui Torino – Federico Almansi, vita da poeti

il_celeste_scolaro_02_2_“Sono contento di aver portato Federico fuori dal silenzio, dalla notte… di avergli ridato, in un certo senso, la vita”. Spiega così Emilio Jona il significato del suo ultimo libro Il celeste scolaro dagli occhi di cielo (Neri Pozza editore), presentato nelle sale della Comunità ebraica di Torino.
Frutto di una faticosa ricerca di memorie e testimonianze, il libro ha lo scopo di tessere, tramite la storia del giovane e bellissimo Federico Almansi, un raffinato affresco dell’ambiente culturale di quasi due generazioni fa e delle relazioni umane tra i suoi personaggi.
A discutere del libro assieme all’autore, Elisabetta Soletti, docente di linguistica dell’Università di Torino, mentre il ruolo di moderatore è stato affidato al Consigliere della Comunità torinese David Sorani.
La tragica vicenda della famiglia Almansi, come raccontata da Jona, testimone diretto di parte degli eventi, viene trattata con un linguaggio che si rifà ai classici della letteratura italiana in un complesso intreccio di proverbi popolari, frammenti di lettere, poesie e ricordi; il lavoro di ricostruzione voluto dallo scrittore si colloca tra il romanzo e il saggio autobiografico, in un progetto che ha trovato la sua prima ispirazione negli anni ’80 del secolo scorso. Tra i temi trattati dal romanzo: la tragedia della schizofrenia, genetica e trasmessa da padre in figlio nel ramo Almansi della famiglia, la figura di Saba, paterna, ma anche, dichiaratamente, amorosa. Le tracce della relazione risultano evidenti dalla corrispondenza postuma tra il poeta, già anziano, e il promettente giovane Federico, mai affermatosi nell’ambiente letterario a causa della malattia degenerativa.
La linearità narrativa dell’opera si mostra trascinante, con gli approfondimenti sulle drammatiche vicende di Emanuele Almansi, nel suo ruolo di portatore di una malattia, quasi maledizione, che finirà per rovinare la vita propria e del figlio, e la moglie Onorina, pastora analfabeta, ricostruita da Jona sulla base di un impasto di proverbi piemontesi e dialoghi. Il romanzo è tratteggiato come un cerchio: la scena iniziale dell’anonimato di Federico si riconnette alla visita finale dell’autore alla tomba del giovane poeta. Da qui è nata l’idea di scriverne un libro che ricordasse il giovane Almansi, la cui figura è poco nota al pubblico. Il volume è dunque una testimonianza ma anche un romanzo capace di ridar voce a una generazione si cui rischia di cadere il silenzio.

Emanuele Levi

(29 ottobre 2015)