Yitzhak Rabin
“Se vogliamo che questa cerimonia non sia vuota retorica dobbiamo dare una possibilità alla pace; perché Rabin non sia morto invano”. Queste parole, con cui Dario Disegni, presidente della Comunità di Torino, ha concluso il suo intervento introduttivo alla cerimonia di mercoledì sera in ricordo di Yitzhak Rabin, riassumono efficacemente ciò che molti di noi provano ormai da vent’anni: da un lato il timore che tutto sia stato inutile, dall’altro il disagio di fronte a celebrazioni che tendono a proporre un’immagine edulcorata e pacificata della realtà israeliana e a passare sotto silenzio il contesto in cui l’assassinio è avvenuto.
Fortunatamente quest’anno a Torino non è stato così, anzi, i filmati proiettati e le testimonianze lette da alcuni giovani, relativi alle settimane e ai giorni che hanno preceduto il 4 novembre 1995, hanno messo molto bene in evidenza il clima di odio che si era creato e la violenza delle parole urlate e degli slogan scanditi ossessivamente contro il capo del governo. Parole e immagini di fronte a cui è difficile restare indifferenti, tanto più se si considera che ancora oggi si continuano ad usare gli stessi toni contro questo o quel politico israeliano, o addirittura contro lo stesso Presidente della Repubblica. Fa impressione vedere fotografie di Rabin strappate e bruciate; è inquietante vedere bambini di pochi anni che scandiscono minacce di morte all’unisono con la folla; fa venire i brividi (non posso farci niente, i brividi non si comandano, né rispondono a logiche di opportunità politica) vedere l’attuale premier israeliano che da un balcone mostra di approvare pienamente quelle parole e quei toni.
È vero che non sappiamo cosa Rabin avrebbe detto o fatto in questi vent’anni; è vero che altri leader israeliani dopo di lui hanno tentato di proseguire lungo la sua stessa strada; è vero che dal 1995 a oggi si sono alternati momenti in cui la pace sembrava a portata di mano con altri di cocente delusione; è vero, insomma, che il destino di Israele non è stato deciso quella notte (o, per lo meno, non solo). Ma tutte queste considerazioni non possono diventare un pretesto per minimizzare la portata devastante di ciò che è accaduto, o per esimersi dall’analizzarne le cause e le responsabilità. Se non altro perché chi si troverà tra vent’anni ad ascoltare o leggere le parole di oggi possa farlo magari con un po’ di inevitabile sconcerto, ma anche con il sollievo per un pericolo scampato e per una tragedia che non si è ripetuta.
Anna Segre
(8 novembre 2015)