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Rosenwald, il Sud e le scuole dei diritti

Rosenwald-2La sua è una storia meravigliosa, che suona di strana attualità in un’America in cui lo scontro razziale continua a essere all’ordine del giorno. Il protagonista è Julius Rosenwald, nella prima metà del secolo scorso uno degli uomini più ricchi degli Stati Uniti. Figlio di un immigrato ebreo dalla Germania, Julius fa di Sears, Roebuck & Company, il colosso della distribuzione, ciò che oggi sono Walmart o Amazon. La sua fortuna è valutata attorno ai 400 milioni di dollari.
A cinquant’anni – come racconta Rosenwald, il documentario di Aviva Kempner, in questi giorni nelle sale americane – invece di godersela o buttarsi in politica, Rosenwald decide di svoltare. Sorretto dall’ideale ebraico del Tikkun Olam, la riparazione del mondo, fonda 5400 scuole per i bambini afroamericani negli stati del profondo Sud, dove ancora vige la segregazione razziale. È una goccia di pacifica rivoluzione in un mare di violenza. E a iniettarla, molti anni prima della battaglia per i diritti civili, è un magnate della grande distribuzione: un uomo che sulla carta dovrebbe incarnare la conservazione.

Il film di Aviva Kempner, che da tempo si dedica all’impresa di raccontare storie di ebrei al di là degli schemi o figure poco note, ripercorre attraverso documenti e interviste, la straordinaria impresa di Julius Rosenwald. A dare il la, racconta la regista, è un discorso del rabbino Emile Hirsch a proposito del Tikkun Olam. E l’obiettivo presto si precisa grazie a un libro dello scrittore e attivista afroamericano Booker T. Washington, Up From Slavery.
Rosenwald lo incontra e realizza che negli Stati del Sud la spaventosa discriminazione sancita dalle leggi Jim Crow, che attraverso il principio “separati ma eguali” perpetuano di fatto fino al ’65 la segregazione fra bianchi e neri. Quando decide di donare parte della sua fortuna, segue il suggerimento di Washington: non denaro, ma scuole per i bambini.
Alle prime 13 in Alabama ne seguono molte altre, fino ad arrivare a quota 5357. Sono scuole piccole, che di solito vedono la luce in zone rurali, con il forte coinvolgimento della comunità locale.
Fra il 1915 e il 1932 le scuole Rosenwald sono frequentate da 660 mila ragazzini, in pratica uno su tre. Fra di loro vi sono la poetessa Maya Angelou, il columnist del Washington Post e premio Pulitzer Eugene Robinson.
Rosenwald, come molti altri attivisti ebrei che anni dopo si batteranno a fianco degli afroamericani per il raggiungimento dei diritti civili, ha ben chiaro il legame fra la sua storia e quella dei bimbi nelle scuole. Più volte, come si vede anche nel film, paragona il trattamento degli ebrei perseguitati dai pogrom nell’Europa dell’est a quella dei neri del Sud.
In parallelo sovvenziona artisti e intellettuali di grande valore, afroamericani ma non solo: lo storico e attivista E. B. Du Bois, il diplomatico Ralph Bunche vincitore per il Nobel per la pace nel 1950 per aver stipulato l’armistizio fra israeliani e palestinesi, il poeta Langston Hughes, la scrittrice Zora Neale Hurston, la cantante Marian Anderson e il musicista Woody Guthrie. Crea circoli Ymca e edilizia sociale per sostenere i bisogni pressanti della popolazione nera negli anni della Grande Migrazione.
Il suo impegno rimane però quasi sconosciuto. Julius Rosenwald devolve 62 milioni alle cause sociali, ma non ne parla troppo. Proprio lui, che sulla pubblicità aveva fondato un impero commerciale.
Il suo insegnamento è quanto mai attuale, sostiene la regista. In quest’attualità ancora ferita dallo scontro razziale abbiamo ancora il dovere di chiederci “cosa possiamo fare?”. “Questo film ci ispira a occuparci di educazione e lavoro. Chiaro, non tutti abbiamo i milioni di Julius Rosenwald, ma in ciascuno di noi c’è un Julius Rosenwald che può fare qualcosa”.

Daniela Gross

(12 novembre 2015)