Melamed – Qui Roma
Istruzione, la strada maestra
È il binomio tra conoscenza e identità quello che caratterizza la storia del popolo ebraico. Un binomio scelto come filo conduttore dalle studiose Silvia Haia Antonucci e Giuliana Piperno Beer nel loro libro, intitolato significativamente Sapere ed essere nella Roma razzista. Gli ebrei nelle scuole e nell’università (1938-1943). Un’opera preziosa, pubblicata da Gangemi, che documenta attraverso fonti archivistiche e testimonianze dirette quello che accadde nella Roma ebraica dopo l’emanazione delle Leggi del ’38.
A presentarlo ieri in una serata organizzata dal dipartimento Beni e Attività Culturali, Archivio Storico “Giancarlo Spizzichino” e dal Centro di Cultura comunitario – dopo i saluti della presidente della Comunità Ruth Dureghello, dell’assessore alle scuole Daniela Debach e dell’assessore alla Cultura Giorgia Calò – sono intervenuti il rabbino capo Riccardo Di Segni, il preside delle scuole ebraiche Benedetto Carucci Viterbi, l’insegnante ed esperto di politiche educative Marco Rossi Doria e la direttrice dell’Istituto Romano per la Storia d’Italia dal Fascismo Alla Resistenza (IRSIFAR) Annabella Gioia, moderati da Claudio Procaccia, direttore del dipartimento Beni e Attività Culturali.
Introducendo l’incontro, Procaccia ha subito messo in evidenza come sia il concetto di resilienza a emergere con forza dalle pagine del libro. “Una volontà di resistere e fermare chi voleva eliminare il popolo ebraico che la scuola ebraica di Roma testimonia ancora oggi”, come ha anche ricordato Dureghello.
“Fu l’attaccamento potente allo studio a salvare la Comunità e la resilienza si basa su questo – ha sottolineato Rossi Doria – perché nel momento di crisi non si studia di meno ma si studia di più e questo è il messaggio più importante a livello politico”. Concorda Debash, che ha sottolineato come mantenere alto il livello di cultura in un momento difficile “sia la valorizzazione massima di ciò che rappresenta il nostro popolo ed è la sfida più importante per le generazioni future”.
L’istituzione delle scuole ebraiche romane non fu infatti solo un’operazione che permise agli ebrei di continuare a studiare, ma comportò allo stesso tempo anche un forte richiamo identitario “formando nei giovani anche la loro cultura e appartenenza”, come ha rilevato Gioia. E questo nonostante quello che il rav Di Segni ha chiamato un “paradosso”, cioè il fatto che l’accento non fosse posto sull’educazione ebraica. Ciononostante il risultato fu quello di rafforzare gli ebrei romani nella loro coscienza più profonda e renderli una comunità più coesa.
Merito del volume è anche, come ha sottolineato il rav Carucci, “mettere in luce l’aspetto del dramma dell’esclusione che rientra nel dolore dello sterminio ma in queste pagine a esso interamente dedicate riemerge in tutta la sua grandezza”.
Un libro che dunque, ha detto Calò, afferma con forza il diritto fondamentale dell’essere umano ad apprendere. Perché in fondo, la sua conclusione, “sapere è essere”.
f.m. twitter @fmatalonmoked
(4 dicembre 2015)