Georges Bensoussan
Il nostro torpore ormai genera mostri
I territori perduti della nazione non sono lande desolate, luoghi lontani dove la Repubblica e i suoi valori non sono mai arrivati. Quei territori perduti sono nel cuore della Francia, nel cuore delle città, delle strade e delle scuole. Sono le banlieue, le periferie delle grandi città, abitate da una popolazione di immigrati musulmani, prevalentemente dai paesi del Maghreb, sempre più densa e sempre più restia a integrarsi. A definirle così è stato Georges Bensoussan, storico ebreo francese di origine marocchina, responsabile editoriale del Mémorial de la Shoah di Parigi, curatore nel 2002 del volume intitolato Les Territoires perdus de la République (I territori perduti della Repubblica), una denuncia contro i mali prima di tutto dell’istruzione ma in generale della società francese – la violenza, l’islamismo radicale, l’antisemitismo – di cui una nuova edizione è appena comparsa nelle librerie francesi. Una riflessione che parte dalla messa in luce di una realtà per cui ci troviamo oggi di fronte a “un fatto storico inedito”: per la prima volta si assiste a un fenomeno di “disintegrazione, anzi di disassimilazione”. Ed è per questo che ora, quando si parla di territori perduti, non si può più chiamare in causa solo la tanto celebrata Repubblica, intesa per prima cosa come una forma di governo, ma la nazione francese stessa, intesa come l’insieme del suo passato, i suoi valori, la sua lingua e la sua letteratura – in altre parole, la sua cultura. In essa, una parte della gioventù di cittadinanza francese si riconosce ogni giorno un po’ meno. “Stiamo assistendo in Francia all’emergere di due popoli – ha affermato Bensoussan – al punto che qualcuno invoca addirittura i germi di una guerra civile, due popoli che si stanno formando fianco a fianco e che si guardano spesso con ostilità”. Le ragioni del fenomeno non sono solo sociali, secondo lo storico. Accanto alla disoccupazione, alla povertà, alla marginalità anche geografica, vi è una vera e propria regressione identitaria che ha influito su questo fondo di frustrazione e risentimento. “Una regressione identitaria – spiega Bensoussan – che innanzitutto riguarda popolazioni giovani e numerose, venute da un mondo musulmano in espansione e che, allo stesso tempo trova la sua espressione politica nell’islamismo e non più nel nazionalismo arabo che è oramai affondato. Si aggiunga poi – continua – il contesto mediatico, con la tv via cavo e internet che hanno favorito la diffusione delle tesi islamiste e di un antisemitismo virulento proveniente dal Medio Oriente”. La congiunzione di tutti questi fattori demografici, sociali, culturali e mediatici ha perciò diviso il paese, e secondo lo storico questo si è visto proprio all’indomani degli attentati di gennaio, la cui reazione ha mostrato un paese ben lontano dall’essere unito, bensì l’esistenza di “due paesi che vivono l’uno accanto all’altro, ma non formano più una nazione”. A tutto questo è legata la peculiarità di quello che Bensoussan ha individuato come “l’antisémitisme des banlieues”. È diverso da quello tradizionale, legato soprattutto agli ambienti di estrema destra, si tratta di un antisemitismo “d’importazione”.
È nelle famiglie che si trasmette e si apprende, e arrivati a scuola si è già pienamente radicato. Diverse branche dell’antisemitismo vengono così a unirsi nei cliché e nel linguaggio utilizzato: la destra estrema che conosce una rinascita, una certa sinistra estrema antisionista che qualche volta fatica a mascherare il suo antisemitismo. “Ma il ramo più grande, e di gran lunga, è quello arabo-islamista. Solo quello – sottolinea Bensoussan – “passa agli atti, insulta, colpisce e uccide”. Del resto non si tratta più di un antisemitismo di esclusiva matrice arabo-islamista poiché oggi straripa nelle banlieue, ne è diventato il codice d’integrazione sociale, un’integrazione “che in Francia viene fatta al contrario, escludendo la parte ebraica della società”. In una grande intervista rilasciata a Pagine Ebraiche nel febbraio del 2012, Bensoussan metteva già in guardia sul fatto che tale islamismo militante “a casa nostra” potesse rappresentare un nuovo nazismo, “con la sua intolleranza nei confronti della varietà umana, il suo irrispetto per le donne, il suo delirio purificatore, la sua attesa della fine dei tempi”. A tal proposito, lo storico citava l’esempio di uno studente francese di religione islamica che al ritorno da un viaggio ad Auschwitz vinse un concorso di poesia, ma al momento della premiazione ufficiale dovette rinunciare a declamarla: “La poesia conteneva una parola che non poteva da lui essere proclamata in pubblico, la parola ‘ebreo’”. Una situazione dunque ora portata all’estremo, che tuttavia per Bensoussan è chiara da molto tempo ma vittima della volontà delle istituzioni, dei media e della stessa società francese di chiudere gli occhi e non parlarne. “L’omertà fa parte dei problemi denunciati nel libro – afferma – si ha paura di dire ciò che si vede come se parlare di ciò che è reale fosse farlo esistere”. Les territoires perdus de la République nacque infatti dai racconti pervenuti a Bensoussan al Mémorial de la Shoah di alcuni insegnanti e presidi di istituzioni scolastiche sul fatto che accanto a una crescente offensiva islamista nelle scuole superiori francesi era sempre più difficile affrontare certi argomenti, in particolare legati alla seconda guerra mondiale. Di lì le constatazioni, poi divenute un insieme di saggi, sul fatto che l’integrazione di una parte di popolazione delle banlieue, sempre più relegata in quelle periferie e colpita dalla disoccupazione di massa, era fallita. “Tuttavia – rileva lo storico – sembrava difficile in Francia fare questa semplice osservazione poiché si rischiava di essere accusati di razzismo, che del resto è proprio quello che è successo”. Anche recentemente, quando per aver detto in una trasmissione radiofonica che i musulmani delle banlieue succhiano l’antisemitismo con il latte dalle madri fin da bambini, Bensoussan è stato denunciato dal Mouvement contre le racisme et pour l’amitié entre les peuples. Accanto a questo, si registrano anche un interesse e un numero di denunce sempre maggiori degli atti antisemiti stessi.
Mentre nel 1990, dopo la profanazione del cimitero ebraico di Carpentras, scesero in piazza centinaia di migliaia di francesi compreso il presidente della Repubblica, solo una generazione dopo, nel 2012, in solidarietà alle vittime della strage alla scuola ebraica di Tolosa e nel 2014 a quelle della sparatoria al Museo ebraico di Bruxelles, lo fecero solo gli ebrei. Un segno evidente, secondo Bensoussan, della crescita di un ripiegamento su se stessi e dell’indifferenza, nonché di una frammentazione della società francese e allo stesso tempo di un certo scoramento. Una disaffezione che ha però forse anche delle altre cause, e cioè il fatto che quell’antisemitismo “non veniva da dove ce lo si aspettava, cioè l’estrema destra”. Mohammed Merah, l’attentatore di Tolosa, così come Mehdi Nemmouche, quello di Bruxelles, erano musulmani, e dunque “il nemico non era quello giusto” contro cui manifestare. “Una certa strumentalizzazione della storia – fa quindi notare Bensoussan – ha paralizzato la riflessione politica”. Per giunta, sia Merah sia Nemmouche erano nati in Francia e cittadini francesi, e frequentavano il liceo nel 2002, quando uscì Les territoires perdus de la République. Un dato preoccupante che, osserva Bensoussan, “pone degli interrogativi sull’educazione nazionale, e in particolare su questa idea un po’ semplicista secondo la quale un buon insegnamento della Shoah, che è il caso della Francia, sarebbe sufficiente a mettere un freno a razzismo e antisemitismo”. Una necessità, quella di ricercare nuove prospettive di didattica e di Memoria lontane dalla meccanica ripetizione di formule a fronte di una crescita di fraintendimenti e letture strumentali, su cui Bensoussan aveva già messo in guardia anche nella sua intervista a Pagine Ebraiche. “Stiamo assistendo – aveva detto – a una preoccupante avanzata del culto della Memoria. Il rischio è la costituzione di una religione civile in cui l’Europa in una stagione cupa si rinchiuda, una stagione in cui si respira la perdita di fiducia nei confronti del presente e l’incapacità di programmare l’avvenire. Il passato diviene un rifugio del pensiero e ritorna in quanto struttura museale dove portare al riparo i propri sentimenti”. Ma oggi, dopo la presa di coscienza seguita agli attentati di gennaio e ancor più a quelli di novembre, si andrà finalmente alla radice del problema? Lo storico non ne è sicuro: “L’accidia intellettuale e soprattutto la mancanza di coraggio politico fanno sì che questa rischi di essere un’onda senza un seguito. La forza del torpore – afferma – rischia di condurre all’immobilismo”.
Francesca Matalon
Pagine Ebraiche, dicembre 2015
(L’illustrazione è di Giorgio Albertini)
(7 dicembre 2015)