Giovani e futuro – “La nostra scelta si chiama Parigi”

Schermata 2015-12-28 alle 11.06.30Non è stata l’idea di essere senza altre possibilità, a spingerli a lasciare l’Italia, e neppure un senso di claustrofobia nei confronti della propria comunità ebraica: i giovani ebrei italiani sono più pragmatici. Che siano partiti per conseguire una laurea valida in più paesi, per imparare meglio la lingua, o che Parigi fosse il sogno della città delle luci e dell’amore, all’estero hanno trovato una vita soddisfacente, spesso piena di soddisfazioni. Un amore realizzatosi in un matrimonio, l’obiettivo accademico, un progetto lavorativo chiaro, tutto parla di ragazzi determinati e con idee ben definite, molto solidi e soprattutto capaci di resistere agli inevitabili momenti di sconforto. E che non si sono fatti intimorire né dagli attentati che a gennaio 2015 hanno colpito la redazione di Charlie Hebdo e l’Hypercacher, né dagli attacchi terroristici di novembre.
La più giovane, Sara, partita a 18 anni per iscriversi a filosofia a Parigi, è anche quella che forse proprio per la sua formazione si è messa più in discussione durante gli anni passati a Parigi.

Sara, romana, laureata in Filosofia alla Sorbonne
Sara, romana, laureata in Filosofia alla Sorbonne
Non è stata l’idea di essere senza altre possibilità, a spingerli a lasciare l’Italia, e neppure un senso di claustrofobia nei confronti della propria comunità ebraica: i giovani ebrei italiani sono più pragmatici. Che siano partiti per conseguire una laurea valida in più paesi, per imparare meglio la lingua, o che Parigi fosse il sogno della città delle luci e dell’amore, all’estero hanno trovato una vita soddisfacente, spesso piena di soddisfazioni. Un amore realizzatosi in un matrimonio, l’obiettivo accademico, un progetto lavorativo chiaro, tutto parla di ragazzi determinati e con idee ben definite, molto solidi e soprattutto capaci di resistere agli inevitabili momenti di sconforto. E che non si sono fatti intimorire né dagli attentati che a gennaio 2015 hanno colpito la redazione di Charlie Hebdo e l’Hypercacher, né dagli attacchi terroristici di novembre.
La più giovane, Sara, partita a 18 anni per iscriversi a filosofia a Parigi, è anche quella che forse proprio per la sua formazione si è messa più in discussione durante gli anni passati a Parigi. Ed è ancora lei, a 22 anni, la più critica verso una società che forse non ha saputo cogliere i molti segnali e che ancora oggi non riesce a mettere in discussione un modello sociale che “evidentemente non funziona così bene”. Dopo la laurea, alla Sorbonne, Sara ha deciso di restare, investendo dodici mesi in un servizio civile dedicato ad avvicinare i più piccoli alla lettura, e collabora da tempo a laboratori di filosofia per bambini. L’idea di prendersi 12 mesi per decidere cosa fare non è stata messa in discussione dagli attentati che – almeno in queste settimane – hanno un impatto notevole sulla vita quotidiana dei parigini, ma qualche dubbio c’è: “È mancata la capacità di capire che questo era il momento di affrontare la situazione con coraggio, e forse anche di mettersi in discussione”.
Claudio, milanese, ha appena terminato il percorso di studi alla ESCP Europe
Claudio, milanese, ha appena terminato il percorso di studi alla ESCP Europe
La vita di tutti i giorni è cambiata poco, per questi giovani che già a casa erano abituati ai controlli di sicurezza davanti ai luoghi ebraici e che si sono confrontati anche più volte con la realtà israeliana, fatta di un livello di attenzione molto diverso da quello europeo e dalla consapevolezza che gli attentatori potrebbero colpire chiunque, in qualsiasi momento. “Credo che questa sia una delle differenze maggiori che ho colto rispetto ai miei amici non ebrei, che invece hanno reagito in maniera davvero molto più forte della mia agli attentati. Non si tratta di una novità assoluta, per me, e forse anche per questo i controlli e i militari non mi hanno turbato particolarmente”. Sono parole di Claudio, giovane milanese che a Parigi ha appena concluso il suo percorso di studi, ma si tratta di un pensiero largamente condiviso da tutti. Un anno in Israele, con un movimento giovanile ebraico, poi la scelta di un percorso di studi che dopo Torino lo ha portato prima a Londra e poi a Parigi. Cosicché, racconta, “sono in giro da sei anni”. Ora Claudio si sta godendo sei mesi a casa, ma non per farsi coccolare: “Ho trovato uno stage ottimo, anche per il curriculum, e sto pensando a un futuro negli Stati Uniti”. Il percorso che lo ha portato a vivere in diversi paesi non è affatto infrequente fra i giovani
Michela, romana, ricercatrice economica per l’Ocse
Michela, romana, ricercatrice economica per l’Ocse
ebrei italiani all’estero: Michela, partita per Londra 8 anni fa, confessa di aver scelto il Regno Unito perché dopo la laurea in Statistica a Roma cercava un’esperienza all’estero, e lì c’erano degli amici su cui contare. “Pensavo di sapere bene l’inglese, ma quando sono arrivata mi è preso un colpo!” racconta ridendo. Ma l’essersi trovata fra persone conosciute è stato un aiuto. “Ero già molto attiva nei movimenti giovanili ebraici, ed è stato naturale inserirmi nella comunità, ma già a Londra – dove ha trovato rapidamente un lavoro alla London School of Economics – frequentavo prevalentemente ebrei francesi”. Ed è proprio in quell’ambiente che ha conosciuto colui che è poi diventato suo marito, e padre di suo figlio, e così ha scelto Parigi, dove da sei anni lavora come ricercatrice economica all’Ocse. “Gli attentati sono diventati argomento di conversazione quotidiana, ma io a Parigi sto bene. Mi manca la mia famiglia, certo, e non sono partita perché volevo lasciare qualcosa che non mi piaceva, semplicemente volevo fare un po’ di esperienza all’estero”. La sensazione di sicurezza che dava vivere a Londra – anche questa una sensazione condivisa – è differente dalla realtà parigina dove anche ora i controlli, raccontano i ragazzi che conoscono la competenza israeliana, non pare gestita in maniera professionale. Anche il torinese Shemuel, che sta facendo un dottorato a Parigi ma “data la
Shemuel, torinese, studia all’ESSEC Business School
Shemuel, torinese, studia all’ESSEC Business School
vicinanza” si definisce “pendolare”, prima di studiare in Francia ha preso un master a Londra dove, conferma, la sensazione di sicurezza è decisamente più forte. “Il percorso che faccio per arrivare all’Essec, dove studio, è spesso interrotto dagli allarmi per i pacchi sospetti in metropolitana, e anche i controlli all’ingresso prendono tempo, non erano attrezzati per una realtà del genere”. Nessun ripensamento però, la vita continua, anche se qualche domanda in più prima di uscire ora se la fanno tutti. “Il mio progetto è sempre stato quello di rientrare, questa era una ottima opportunità di studio, ma non ho mai pensato di passare la mia vita fuori dall’Italia”.
Noemi, fiorentina, studia diritto internazionale
Noemi, fiorentina, studia diritto internazionale
Noemi, fiorentina arrivata da poco a Parigi, punta invece decisamente all’estero, conseguenza naturale del suo percorso di studio, ed è in Francia per migliorare il suo francese, “fondamentale per lavorare a Bruxelles o Ginevra, dato che mi dedico al diritto internazionale”. L’impatto con la vita all’estero – sei mesi da trascorrere fra i corsi di francese e i pomeriggi a occuparsi dei suoi cuginetti – è mediato dalla famiglia: ospite da parenti, infatti, ha iniziato a muoversi in città proprio grazie alle loro amicizie. “Conosco gente sconvolta dagli attentati, che non dorme da settimane, e mi sono addirittura chiesta se sono io ad essere strana, ma davvero essere ebrei a Parigi oggi significa anche avere la consapevolezza che sono cose che purtroppo possono succedere”.
Il livello di frequentazione degli ambienti ebraici non è cambiato particolarmente rispetto alla vita in Italia, anche se la scoperta della maggiore apertura e varietà ha sicuramente una sua attrattiva, ma quasi hanno anche ritrovato persone già conosciute nei movimenti giovanili. Una sorta di piccola rete che ovunque ci si rechi aiuta a superare i momenti in cui la burocrazia può creare qualche difficoltà, o quando ci sono
Rachele, fra Bologna, Milano e Parigi
Rachele, fra Bologna, Milano e Parigi
problemi con la ricerca della casa. Anche Rachele, che da Parigi è rientrata da poco anche se continua a recarvisi regolarmente per portare avanti il suo progetto di ricerca, si dice “molto condizionata dal percorso nei movimenti ebraici”. Adesso abita a Milano. “Ci vivo con mio marito, sono molto legata alla mia famiglia d’origine e non penso vorrei vivere altrove, ma certo l’ambiente accademico a Parigi mi ha offerto una varietà e una possibilità di studiare quello che volevo che qui in Italia è impensabile”. La laurea a Bologna, in islamistica con una tesi sugli ebrei in Marocco, è arrivata dopo l’Erasmus a Parigi, insieme a periodi in Israele per fare ricerca. “Per gli argomenti di cui mi occupo – dice – Parigi è un paradiso”. Michele, torinese che si occupa di politiche delle competenze, è tornato a Parigi da poco, per un nuovo progetto – lavora da free lance, ora all’Ocse – ma dopo la laurea a Milano, in Bocconi, ha fatto un master in macroeconomia a Barcellona. Nel suo percorso c’è anche l’Erasmus in Danimarca, e Israele per un progetto sull’hightech, oltre a Bruxelles. “Certo, la voglia di vedere il mondo
Michele (in rosso), torinese, collabora con l’Ocse
Michele (in rosso), torinese, collabora con l’Ocse
oltre alle ‘mura’ torinesi è sempre stata forte, ma ho scelto questi luoghi perché lì potevo studiare le cose che mi interessavano. Non faccio una vita diversa da quella che facevo prima degli attentati, ma mi rendo conto che in giro qui si respira un’atmosfera simile a quella che ho vissuto in Israele durante l’Intifada. Del resto ho un amico colombiano che mi ha raccontato come anche per lui si tratta di situazioni relativamente normali. Io non ho affatto intenzione di cambiare le mie abitudini, neppure di consumo. Il mio luogo di lavoro è un ‘obiettivo sensibile’, e la sicurezza è davvero molto diversa ora. Mi pare abbiano un po’ perso il lume della ragione.” Racconta come in ambito ebraico, diversamente dal resto dei francesi, l’effetto degli attacchi di gennaio sia stato già molto forte, “mentre i parigini si sono sentiti colpiti davvero solo a novembre: prima era netta la sensazione che si trattasse di obiettivi mirati, tutti ora invece si sentono coinvolti, e potenzialmente in pericolo”. Ma i giovani ebrei italiani che vivono a Parigi pur ponendosi ora qualche domanda in più paiono ben attrezzati a gestire la situazione, e di certo non si fanno né intimorire né sviare dai loro progetti. Oltre alla resilienza mostrano coraggio, idee chiare, e un grande slancio verso il futuro, che passa magari da molti paesi. Perché basta poco per sentirsi a casa.

Ada Treves, Pagine Ebraiche Gennaio 2016

(28 dicembre 2015)