Je suis Paris
Charlie e la menzogna islamista

grafico charlie hebdo copertine “Certo che un po’ se la sono cercata”. Sono stati in molti a pensare che la redazione di Charlie Hebdo, colpita il 7 gennaio scorso da un attentato durante una riunione di redazione “avesse esagerato”. In dodici, tra cui il direttore Stèphane Charbonnier, detto Charb, e Cabu, Tignous, Wolinski e Honoré, collaboratori storici della testata, sarebbero morti perché “non si insulta Maometto”. Ma davvero Charlie Hebdo è stato un giornale offensivo, blasfemo e “ostinatamente islamofobo”? Lo scorso febbraio i sociologi Jean-François Mignot e Céline Goffette, in un articolo pubblicato su Le Monde e intitolato “No, Charlie Hebdo non è ossessionato dall’Islam”, hanno cercato di capire di cosa si facesse beffe il giornale analizzando 10 anni di prime pagine, ossia quelle dei 523 numeri pubblicati tra il gennaio del 2005 e il 7 gennaio 2015. È vero – lo ammettono anche gli autori della ricerca – che le prime pagine non bastano a raccontare tutto un giornale, ma sono comunque le immagini simbolo, e anche quelle esposte nelle edicole, accessibili a tutti, compresi coloro che non erano abbonati. Assassini inclusi, presumibilmente.
Come mostra il grafico – ricostruito qui a partire dall’articolo originale – dall’analisi delle 523 prime pagine emergono chiaramente quattro temi principali: politica, personaggi dello sport e dello spettacolo, attualità economica e sociale e, infine, la religione. Più di due terzi dei numeri – per la precisione 336 – hanno aperto con una copertina di satira politica. Segue la satira riferita all’attualità economica e sociale (85
cover), e solo terzi arrivano i personaggi famosi. Ultima la religione, che compare nel 7 per cento delle copertine. Si aggiungono 22 numeri che aprono con una vignetta che unisce più temi: politica e media, o politica e religione, o media e religione, o religione e questioni sociali, per esempio. Si tratta di una suddivisione per grandi temi che si è dimostrata abbastanza costante nel tempo, con variazioni non particolarmente rilevanti, evidenti in occasioni specifiche, come per esempio l’aumento della percentuale di prime pagine di satira politica durante un periodo elettorale.
copertina charlieOgnuna delle categorie citate viene anche scomposta in sottoraggruppamenti, ma il dato più interessante viene dallo studio di quelle 38 copertine – trentotto su cinquecentoventitre – che hanno messo alla berlina la religione, o le religioni. Delle trentotto prime pagine che prendono di mira la religione, più del 50 per cento sono “dedicate” al cattolicesimo. Mentre gli ebrei sono sempre ritratti insieme ad almeno un’altra religione (Islam compreso) e meno del 20 per cento è centrato sulla satira dell’Islam. A conti fatti, dal 2005 al 2015 solo l’1,3 per cento delle prime pagine di Charlie Hebdo, il giornale considerato “ossessionato” dai musulmani, è stato effettivamente dedicato a una presa in giro dell’Islam.
Irriverente, politicamente schierato (a sinistra), antirazzista, intransigente nei confronti di ogni oscurantismo religioso, a guardare le prime pagine di un decennio si può dire che Charlie Hebdo tutto sia stato, tranne che islamofobo. Altri due sociologi, Damien Boone e Lucile Ruault, hanno contestato pochi giorni dopo, sempre sulle pagine di Le Monde, che l’utilizzo di dati quantitativi pur conferendo scientificità e autorità allo studio lasciano intendere che non ci sia nulla, fra i contenuti del giornale, che possa porre dei problemi. E di conseguenza che abbiano torto coloro che si sono indignati e hanno messo in discussione Charlie Hebdo.
Ad approfondire il tema arriva ora la studiosa francese Marie Levant che in Blasfemia, diritti e libertà, volume in uscita per il Mulino, pubblica un saggio intitolato “Il mito dell’islamofobia, uno sguardo stodico sulla caricatura religiosa in Charlie Hebdo”. Prende spunto dall’articolo di Jean-François Mignot e Céline Goffette per poi portare avanti uno studio approfondito dell’attività del giornale a partire dalla sua nascita: “Da una decina
di anni, la violenza a colpi di matita di Charlie Hebdo crea un disagio, addirittura una viva tensione nonché delle minacce criminali, più volte portate a compimento. Un dibattito, virulento anch’esso, si è così creato intorno al giornale, e più che altro fra i non musulmani. Politici, giornalisti, intellettuali o ancora militanti di associazioni antirazziste si chiedono perché un giornale progressista persista nel disegnare Maometto”. E cita Luz:
“Che cosa è lo spirito Charlie? È avere una vera indipendenza di pensiero (…) e analizzare la complessità della società con umorismo e non con le sopracciglia aggrottate”.
È vero che la caricatura dell’Islam è concentrata sui credenti, in particolare i fanatici e le donne velate, ma il tema religioso nel giornale resta decisamente minoritario. Perché allora la creazione del mito dell’islamofobia? È necessario ricordare, spiega Levant, la natura giornalistica di Charlie Hebdo: “Un giornalismo satirico, certo, ma comunque un giornalismo. Di conseguenza, le vignette scelte non escono solamente dall’immaginazione creatrice dei disegnatori, ma corrispondono all’attualità, un’attualità che invece non è scelta. Quindi, quando dopo cento copertine sul Cristianesimo ne compare una sull’Islam, significa che direttamente o indirettamente quest’ultima ha
occupato l’attualità”. E aggiunge, citando la saggista ed ex collaboratrice del giornale Caroline Fourest: “Bisogna condannare lo specchio o quello che riflette?”. Le vignette traducono una chiara volontà di difendere il rispetto della donna, l’uguaglianza uomo-donna e la laicità contro l’integralismo musulmano, soprattutto a scuola, ricordando che il giornale si tirò addosso dei fastidi con l’Islam quando iniziò a rappresentare il profeta Maometto, nel 2002, con una vignetta di Cabu.
Per un documentario il regista Daniel Leconte riprende la riunione di redazione durante la quale si decise di pubblicare le ben note “vignette blasfeme” danesi, e si sente dire: “A Charlie, on peut s’engueuler sur tout (…) mais s’il y a bien une chose qui nous réunit, c’est le droit de rire du fanatisme”. Ha scritto Gérard Biard, caporedattore di Charlie: “Il ne faut pas blesser les croyants dans leur foi, nous disent les gens raisonnables et les négociants en yaourt qui craignent le boycott. Nous sommes ouverts au débat. Mais, pour que le débat ait lieu, il faudrait auparavant que certains croyants arrêtent de blesser tout court ceux qui n’épousen pas strictement les mêmes convictions qu’eux”.
Va anche sottolineato che se negli anni Novanta la caricatura, anche attraverso la questione del velo, rappresentava un Islam della quotidianità, più ordinario che radicale, negli anni Duemila si è concentrata, sulla scia dei fatti dell’attualità, sulla strumentalizzazione integralista dell’Islam, ricorrendo per questo alla figura
del profeta. E oltre alla risposta all’attualità, sono chiari i principi che muovono il giornale: laicità assoluta e satira indiscussa, che autorizzano a prendersela con la religione in tutti i modi.
Si chiede Marie Levant: “Negare ai musulmani, per principio preso, il senso della derisione nei confronti della propria religione non contribuirebbe a escluderli da una forma di umanità, o almeno da una parte di modernità”? Le caricature di Charlie Hebdo e le proteste suscitate, fino ad arrivare alla strage di gennaio, confermano la possibilità di denominare l’era in cui viviamo come postmoderna, perché avrebbe lasciato dietro di sé la modernità. Una modernità che ha fra i suoi ideali non solo il diritto alla satira e alla critica ma anche alla gioia, citando il disegnatore francese Joann Sfar che poco dopo gli attentati di novembre ha scritto: “Non abbiamo bisogno di più religione, la nostra fede va alla musica, ai baci, alla vita, allo champagne e alla gioia!”.

Ada Treves
twitter @atrevesmoked

da Pagine Ebraiche, gennaio 2016

(6 gennaio 2016)