Storie – L’idioma razzista
di Emilio Cecchi

avagliano Il razzismo italiano del Novecento si abbeverò anche alla fonte avvelenata di fini letterati come Emilio Cecchi, l’autore di Pesci rossi (1920) e di America amara (1939), che per gran parte del secolo scorso fu uno dei maggiori critici italiani, recensendo la produzione letteraria specialmente sulla terza pagina del Corriere della Sera. Lo mette in luce, con ricchezza di documentazione, il saggio di Bruno Pischedda L’idioma molesto. Cecchi e la letteratura novecentesca a sfondo razziale (Aragno, pp. 313).
Cattolico reazionario, anche se di spirito crociano, Cecchi nel 1925 firmò il manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce, salvo poi piegarsi al regime fascista negli anni successivi, tanto da essere designato nell’Accademia d’Italia.
Nella ricostruzione di Pischedda, scopriamo che già agli esordi sulla Tribuna nel 1910 il critico fiorentino parla di stirpe e cita frequentemente autori stranieri razzisti, spargendo qua e là nei suoi scritti chiare espressioni o riferimenti antisemiti.
Nel 1938, l’anno delle leggi razziali, Cecchi s’imbarca per gli Stati Uniti e dal viaggio oltreoceano ricava un reportage in cui risulta evidente il terrore del meticciato e della mescolanza etnica e il forte sospetto verso la comunità ebraica, vista come un elemento parassitario e dissolvitore del mondo occidentale.
Nel 1942, poi, Cecchi prenderà la parola al convegno di Weimar voluto da Goebbels come rappresentante ufficiale dell’Italia.
Un passato scomodo che poi farà dimenticare nel dopoguerra, cancellandone in qualche modo le tracce, al pari di tanti altri illustri italiani che non furono solo complici ma contribuirono direttamente a diffondere il verbo razzista nel nostro Paese.

Mario Avagliano

(12 gennaio 2016)

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