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Jciak – Saul e la strada per l’Oscar

Schermata 01-2457409 alle 13.36.18 A fare da colonna sonora è la cacofonia grigia del campo. Le porte che sbattono, la selezione degli oggetti, il metallo delle pale nelle ceneri dei morti. In primo piano, un volto d’uomo. Frugato fin nelle più remote increspature per raccontare l’estremo girone di Auschwitz, quello dei Sonderkommando. Il figlio di Saul, il film di László Nemes già vincitore del Gran Prix speciale della Giuria a Cannes e del Golden Globe, una nomination all’Oscar, restringe il campo fino all’estremo per raccontare l’esile e disperata storia dell’ebreo ungherese Saul Auslander. Addetto a spogliare i corpi destinati al crematorio, l’uomo tenta disperatamente di dare una sepoltura al corpo del ragazzo che crede suo figlio. Per oltre due ore, lo seguiamo, in lunghi piani sequenza, fra gli orrori del campo. Vedendo solo che ciò che vede lui. Stretto in questa claustrofobica angolatura, di grande rigore estetico, Son of Saul è un film a tratti così angosciante da essere insopportabile. Vedere lo sterminio con gli occhi di Saul non è una scelta intimista, ma la via per cogliere appieno l’immensità della Shoah, che qui finisce per dipanarsi nella nostra testa più che direttamente sullo schermo. “Mostrare qualcosa frontalmente finisce per ridurne l’ampiezza. Rendere le cose più piccole ha invece l’effetto di renderle più grandi” dichiara infatti il regista.
Il film è tutto giocato sul volto di Geza Rohrig. Ebreo ortodosso, scrittore, poeta e insegnante ungherese, Rohrig, come Nemes, ha perso parte della famiglia nella Shoah. E per molti versi ha passato la vita a prepararsi per il ruolo di Saul. Quando, trent’anni fa, si reca per la prima volta in visita ad Auschwitz, ne è così turbato da trasferirsi per un mese nel vicino paese di Oswiecim. Ogni giorno torna al campo, siede in silenzio, medita. Subito dopo si trasferisce in Israele e si iscrive a una yeshiva (“volevo sapere cosa significa esere ebreo”). L’intensità di quest’esperienza, che gli ha ispirato otto libri di poesie, si svela in un’interpretazione di rara potenza. Rohrig è ripreso da una telecamera 35 millimetri piazzata a mezzo metro dal viso. Ogni ripresa dura tre o quattro minuti, ogni volta lui prima ha provato per ore perché anche il più lieve cambiamento d’espressione influirà sulla scena. Demolito da certa critica americana, il film ha invece conquistato Claude Lanzmann, di solito feroce con gli impasti di fiction e Shoah. “Il figlio di Saul – ha dichiarato – è l’anti Schindler’s List. Non mostra la morte, ma la vita di quanti sono stati obbligati a condurre i loro cari alla morte”. Trent’anni dopo Shoah, Lanzmann sembra dunque passare il testimone a László Nemes. Un gesto che non stupisce, perché il lavoro del giovane regista germo- glia proprio dalla rocciosa radice di Shoah. Vedere per credere.

Daniela Gross

da Pagine Ebraiche, febbraio 2016

(21 gennaio 2016)