Oltremare – Alberi

danielafubini2È stagione, e quindi si finisce per fare più attenzione al verde, che di solito guardiamo a malapena.
Chi ha visto fotografie di Tel Aviv nei primi decenni dalla fondazione e fino a tutti gli anni Sessanta, avrà forse notato che allora la città era davvero bianca, o forse meglio dire soprattutto bianca: i palazzi – Bauhaus e non – erano e sono colorati di bianco anche per non attirare il calore del sole, a terra il manto stradale e il marciapiede erano beige e vagamente sabbiosi come oggi.
Quello che mancava allora erano gli alberi. Salvo alcuni oggi colossali alberi storici, di solito degli eucalipti; Tel Aviv per i suoi primi decenni era parecchio brulla. Pochi alberi erano abbastanza grandi da fare ombra lungo la strada verso casa. E se oggi si cammina a zig-zag per tutta la lunghissima estate, seguendo l’ombra dei rami sul marciapiede, o si sceglie una strada più lunga pur di stare sotto il relativo fresco delle foglie, mi domando come facessero cinquanta o sessant’anni fa, quando gli alberi ora ben cresciuti erano ancora troppo bassi per servire a qualcosa. Consideriamoci fortunati, e viziati.
Come esercizio di espansione della fantasia, dovremmo tutti andare almeno una volta l’anno in una “Havat Bodedim” una micro-fattoria nel mezzo del deserto, dove si coltiva ancora ogni filo d’erba con una cura infinitesimale e una pazienza ignota ai nostri tempi moderni. Dove letteralmente ogni goccia d’acqua si usa con raziocinio ancor più che parsimonia. Dove l’high-tech non si disdegna, ma si applica ad un mondo low-tech. Dove ancora oggi piantare una piantina a Tu-biShvat non basta e bisogna poi passare tutto l’anno a farla sopravvivere. Altro che doppio filare di alberi su Sderot Rothschild.

Daniela Fubini

(25 gennaio 2016)

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