Memoria – La ritualità e quel progetto da riconquistare
Pur essendo figlio di reduci, il Giorno della Memoria, con i suoi riti prevedibili e inamovibili, mi procura sempre un disagio profondo, acuito negli anni. Sin dall’inizio l’ho definita una cerimonia di memoria celebrativa. Se osserviamo la struttura del rito ebraico, appare evidente la preponderanza data all’elaborazione della dimensione memoriale e, se è il caso, al suo superamento. La parte progettuale del rito è sempre prevalente. Prendiamo l’esempio del Seder di Pesach, colmo di pratiche simboliche, e vediamo chiaramente quanto poco si narri del tentato etnocidio in terra d’Egitto e quanto si insista sul processo di liberazione. Infatti la serata del Seder è chiamata la scansione dell’uscita d’Egitto. Nel rito del Giorno della Memoria non vi è nulla di progettuale, è una litania puntuale della memoria storica e questo ha anche dato origine a una ricetta demente: ricordare perché non accada più. Ma il mio disagio ha origini ancora più profonde, lo identifico con l’irruzione dell’Amalek biblico. A qualche giorno dall’uscita d’Egitto dopo l’ennesima ribellione intestina, i figli di Israele alzano gli occhi e scoprono le orde minacciose di Amalek sulle colline circostanti il loro accampamento. Mosè affiderà a Giosuè, suo fedele discepolo, il compito di levare un esercito di guerrieri per combattere. Si è entrati nella storia e sono scomparse lontano le provvidenziali percosse d’Egitto. Di Amalek si riparlerà nell’ultimo libro della Torah, dove Mosè ingiunge al popolo di ricordare ciò che gli fece Amalek all’uscita d’Egitto. Inaspettatamente intitola questo dovere di memoria “cancellerai il ricordo di Amalek”. Questa vistosa contraddizione, ricordare e cancellare nello stesso tempo, mi riporta al mio disagio. Che cosa il Giorno della Memoria mi invita a cancellare? Come sempre la risposta è celata nel testo, l’ennesima sommossa di Israele si esprimeva con questa rivendicazione di certezze: Dio è con noi o no? Sono, appunto, le certezze tanto agognate che ci addormentano e ci hanno sempre nascosto l’arrivo del nemico. Da l’Amalek all’Hitler della storia. Preso atto di tutto questo mi sono rivolto nella mia speculazione ai Cinque Verbi biblici che scandiscono l’uscita d’Egitto, traslandoli a oggi per poter realizzare l’uscita da tutti gli “Egitti”. “Vi farò uscire da sotto le angherie…”. Bisogna cancellare dal nostro panorama mentale qualsiasi società che contempli una parte dell’umanità sovrastata dall’altra. “Vi salverò…”. In ebraico questo verbo presenta soltanto un grafema supplementare rispetto al “fare uscire”. Questo grafema è la lamed, l’equivalente della nostra elle, il cui nome significa insegnamento e apprendimento, ed è l’unica lettera dell’alfabeto che svetta sulle altre. Non vado oltre fidandomi dei lettori che sicuramente trarranno ricchi sviluppi. “Vi libererò (vi redimerò) per mezzo di grandi prodigi…”. Curiosità semantica che mi preme condividere: prodigi e processi sono la stessa parola nel linguaggio biblico, da cui l’importanza fondamentale di fare i processi e del dovere di diffondere e spiegarne gli atti. “Vi prenderò come popolo e sarò per voi l’Elo(h)im”. Tradotto a tre millenni e mezzo di distanza, si tratta dell’obbligo di concepirsi quale popolo, della responsabilità rispetto alla propria Costituzione e ai propri Codici e dell’impegno di adempiere alla reciprocità per tutte le parti in causa. ”Vi porterò verso la terra che ho giurato di donare ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe… io sono Ado(n)ai…”. Non sulla terra ma verso di essa. Nulla di scontato o di arbitrario. Nulla di personale e con la condizione di non divinizzare i protagonisti del processo di uscita. Ora purtroppo questi Cinque Verbi si dispiegano e si commentano in luoghi nuovamente minacciati. Il Daesh promette di uccidere tutti gli ebrei di Israele e tutti gli ebrei del pianeta. In che mondo viviamo? Recentemente leggevo alcune delle lettere che scrittori di tutto il mondo hanno inviato al popolo francese dopo le ultime stragi di Parigi e tra queste la missiva dell’israeliana Zerouya Shalev. L’autrice a mo’ di consolazione paragonava la drammatica situazione odierna del popolo francese a quella abituale del popolo israeliano dalla nascita dello Stato. A questo punto ho pensato che il mio motto “vogliamo vivere, non più sopravvivere” era improvvisamente invecchiato. Come venne detto al nostro Maestro Mosè che si lamentava del peggioramento della situazione degli schiavi all’inizio del suo intervento, il vivere è l’apprendimento del saper sopravvivere. I cabalisti l’hanno chiamato “le doglie del parto”. Il sopravvivere è fertile! Forse sarebbe opportuno che alcune di queste considerazioni, affatto evidenti, ispirassero i programmi del nostro Giorno della Memoria, per finalmente uscire da Auschwitz. Mi risuona anche nella mente l’ammonimento, scientificamente suffragato e così reale, del noto demografo e amico Sergio Della Pergola: abbiamo perso la battaglia dei numeri! Una delle espressioni bibliche più enigmatiche, usata in ambito di censimento, è “nel numero dei nomi”. Certamente i numeri sono e contano, ma chissà quanto è il peso numerico di un nome, di una persona morale…
Haim Baharier studioso biblico
Pagine Ebraiche, febbraio 2016