Il racconto della Memoria

torino vercelliL’esercitarsi sull’utilità o meno del Giorno della Memoria, ricorrenza oramai consolidata nel calendario laico della nostra Repubblica e, più in generale, di una parte consistente dell’Unione europea, ha valore se non si trasforma da subito nell’ennesimo plebiscito a favore o contro la legge che lo istituisce e, in immediato riflesso, riguardo a ciò che per il suo tramite si realizza, soprattutto con i giovani, ogni anno da un quindicennio a questa parte. Va ricordato che per non pochi, nel Duemila, l’approvazione di quella norma rappresentò un traguardo. Senz’altro mediato sul versante della politica poiché, come si ricorderà, l’ipotesi di identificare nel 16 ottobre la data della ricorrenza venne di fatto cassata dal compromesso, necessario ma non per questo nobile ed esaltante, al quale si dovette dare corso per trovare una sufficiente convergenza tra le diverse forze politiche. Di tempo ne è già trascorso. Sulla controproducenza del ritualismo si è oggi in molti ad essere d’accordo. Quanto meno da un po’ di anni a questa parte, poiché a volere dare credito alla cerimoniosità che anima ancora parte delle iniziative volute dalle amministrazioni pubbliche, parrebbe invece, malgrado tutto, di essere condizionati (e arroccati) alla cristallizzazione di celebrazioni tanto enfatiche quanto sostanzialmente vuote. Meno avvertiti si è stati nel momento in cui, concretizzando il ricordo in un’attività pubblica periodica, ovvero una ricorrenza istituzionalizzata in una specifica data, si è dato spazio ad un tipo di comunicazione fortemente unidirezionale, basata su alcuni presupposti che, da soli, rivelano adesso tutti i loro limiti. Un sommario richiamo ad essi può risultare utile. Il primo è quello per cui ingenuamente si ritiene che parlando, narrando e, soprattutto, esplicando si possa ottenere un immediato effetto di condivisione e di adesione. Possibilmente incondizionata, poiché spesso è questa l’aspettativa sottesa al lavoro di testimoni, quanto meno di quelli che restano, e relatori. Se per i primi è del tutto comprensibile tale aspettativa, sforzandosi, al limite della violenza su di sé, di rendere compartecipe l’uditorio degli abusi subiti, ben diverso è il caso di quanti, a partire dagli studiosi chiamati in causa, si dispongono nel senso di comunicare cercando un assenso tanto legittimo quanto reso sempre più difficile dalla crisi di autorevolezza che accompagna la didattica pubblica. Fenomeno, quest’ultimo, decisamente complesso, che chiama in causa tanti fattori e molteplici cause ma che non si risolve con semplici atti di buona volontà. Quanto meno, non sempre ed ovunque. Nella società dell’informazione totale (o come la si voglia chiamare, poiché poco importa e ancora meno cambia se ci mettiamo a fare una battaglia puramente nominalistica), il peso della parola e delle stesse immagini è mutato. Non di meno, il rilievo del passato. La percezione del tempo, soprattutto tra i giovani, è sempre più spesso legata al presente. Le ragioni di ciò sono a loro volta tante ma rimane il fatto che lo sforzo di ricostruzione dei trascorsi si incontra, e si deve confrontare, con questo appiattimento collettivo. Non si tratta di trarne conclusioni affrettate, procedendo a condanne d’ufficio o ad assoluzioni di fatto. Ogni generazione, come ha un suo tempo, si dà una sua propria concezione del trascorrere del tempo medesimo. Lo abita a modo suo, stabilendo scale di priorità. Volere vedere riflesso nel volto e nelle condotte dei più giovani ciò che è nostro richiede che si parta dalla narrazione di se stessi ma ci si disponga, da subito, a cogliere anche e soprattutto le reazioni e le controdeduzioni degli ascoltatori. Che non sono destinatari passivi. Piaccia o meno, rimane il fatto che il modo in cui noi trasmettiamo il senso del passato, ritenendo che nella sua conoscenza riposino dei valori civili la cui condivisione è tanto urgente quanto indefettibile, si deve confrontare con questa cornice di riferimento. Altrimenti, la frustrazione che ne deriva rischia di essere irrisarcibile. Un secondo presupposto è quello per il quale la via di soluzione rispetto alle strozzature nella condivisione del passato stia in un percorso di mera identificazione emotiva. Non è una novità poiché costituisce una tentazione persistente, nella speranza di portare della “propria parte” l’interlocutore. Tuttavia, giocare sulla mobilitazione dei sentimenti può risultare appagante al momento ma rischia di rivelarsi non meno fallace della tradizionale comunicazione frontale, di taglio scolastico o accademico, basata sul distacco analitico e sull’ellissi dell’astrazione. Se in quest’ultimo caso si crea distanza, in quello precedente si genera un’illusoria vicinanza, basata su una piccola e momentanea comunità di affetti dove, tuttavia, venuta meno la relazione stessa tutto si scioglie come neve al sole, consegnandosi al deposito polveroso, ed un po’ ingombrante, dei ricordi da mettere velocemente in soffitta. Non si tratta di esperienza vissuta ma di un vero e proprio attimo fuggente. Ancora più pericoloso, ma la cosa dovrebbe essere oramai del tutto evidente, è il “giocare” sull’effetto del clamore, tipico di certi approcci enfatici e spettacolarizzanti: mostrare foto di corpi accatastati, di case distrutte, di paesaggi desolati ad un pubblico abituato a vedere quotidianamente ciò ed altro ancora, senza peraltro sentirsi chiamato in gioco, alimenta la perversione dell’assuefazione. Come se si fosse in una sorta di videogioco dove, peraltro, vince chi procura più danni all’avversario. Un terzo movente è quello dilemmatico dell’identificazione o della separazione dai fatti della contemporaneità. Parlare di deportazione e sterminio per mano nazifascista è precondizione per stabilire dei nessi con altre vicende, precedenti come successive, oppure deve rimanere evento a sé stante? Vecchio dilemma, spesso fuorviante, comunque venga risolto. Poiché il dispositivo della legge 211 rimanda all’esemplarietà della tragedia che è fatta oggetto dei suoi due secchi articoli di cui si compone. Di essa si dice, quanto meno implicitamente, che il buon uso della sua memoria è una delle precondizioni per capire il presente. L’ “esempio” della Shoah, tuttavia, non riposa in alcuna univocità (che è cosa diversa dall’unicità in quanto fatto storico, poiché per più aspetti non ripetibile in quelle forme e con quei metodi) né, tanto meno, in una sua ripetibilità seriale, in ragione della quale il passato sarebbe destinato a riverificarsi. Convinzione, quest’ultima, che induce certuni agli oramai classici accostamenti indebiti di cui ben sappiamo. Tra la sacralizzazione del “Auschwitz è tutto” e le banalizzazioni del “tutto è Auschwitz”, due polarità intrinsecamente distruttive che, fingendo di potere tutto spiegare, procedono alla cancellazione dei significati, c’è evidentemente un altro orizzonte possibile. Le tragedie dell’oggi accadono non perché c’è stato Auschwitz ma “malgrado” Auschwitz. La rimozione come la normalizzazione di quella catastrofe sono il vero proscenio per tanti. Una condotta che, paradossalmente, può alimentarsi proprio dell’inflazione di parole, raffigurazioni, richiami, moniti e così via. Più ci si ripete meno si ottiene, in altre parole. Un problema non da poco, al riguardo, è quindi la proliferazione di “esperti” della Shoah che in questi quindici e più anni dal varo della legge abbiamo registrato: tutti ne parlano, molti ritengono di sapere di cosa vanno parlando, pochi ne hanno una decorosa e compiuta cognizione. Altrimenti, la più parte, tacerebbe. Ci risparmiamo le retoriche della “storia come maestra di vita” ma anche quelle del “buon esempio”, del “sacrifico”, addirittura del “martirio” che, segnatamente, non appartengono neanche al campo ebraico. Non integralmente, quanto meno. Come è stato efficacemente affermato la memoria non è un fatto bensì un atto che si fa patto tra generazioni. Un accordo, come tale mutevole nel corso del tempo. In ragione delle contingenze dettate dal tempo medesimo, poiché se si parla di ciò che transita, e quindi rimane alle nostre spalle, si devono accogliere anche le discontinuità di cui ogni generazione è portatrice rispetto a quelle precedenti. Non si tratta di relativismo cognitivo e, men che meno, morale, ma del bisogno di lasciare un calco in un terreno che muta nel corso della sua storia, come la geologia ci segnala quando ci rende consapevoli di quali e quanti siano gli strati che compongono lo spazio sul quale camminiamo ogni giorno. L’alternativa è, altrimenti, il cullarsi nella vana illusione che tutto possa essere fermato, una volta per sempre, come se il mutamento (che produce speranza dal pari all’annientamento) non appartenga a ciò che siamo. C’è un’attualità e un anacronismo nel Giorno della Memoria. Il tratto che li unisce è il repentino trascorrere del tempo. Già, ancora una volta la questione di come il tempo sfugga alla nostra volontà di controllarlo, magari “addomesticandone” il ricordo. La legge viene ideata, pensata e approvata in anni a noi non troppo lontani ma neanche oramai così vicini. È quel lasso di tempo che segna il transito tra due secoli così come l’ingresso nel nuovo millennio. All’epoca – e pare quasi di parlare di un trascorso oramai piuttosto lontano – le aspettative legate all’unificazione europea e all’introduzione della moneta unica erano pronunciate. L’euroscetticismo sembrava essere risentimento per pochi. La legge 211 si inseriva in un quadro dove, malgrado le recenti tragedie, a partire da quelle balcaniche e caucasiche, l’orizzonte dell’affermazione di una società internazionale dei diritti pareva plausibile, malgrado tutto. Quanto meno sul Continente europeo. Anche per questo motivo diversi Stati dell’Unione procedevano, o avrebbero di lì a non molto proceduto, ad istituzionalizzare la memoria delle catastrofi causate dal nazismo e dai fascismi come paradigma del male totale. A volere dire che il lungo, faticoso, articolato processo di costruzione delle istituzioni comuni, di matrice liberaldemocratica, costituiva la risposta definitiva, e quindi rassicurante, al lucido delirio del “Nuovo ordine europeo”, promosso dai regimi razzisti dell’Asse, nonché ai suoi cascami postbellici. In quindici anni di acqua sotto i ponti ne è passata. Non solo l’intero quadro geopolitico euro-mediterraneo è repentinamente mutato ma quella che chiamiamo “crisi” si sta rivelando la condizione persistente di un cambiamento tellurico al quale le nostre società sono costantemente sottoposte. Non di meno, la costruzione europea sembra declinare. Siamo lontani anni luce da qualsiasi ipotesi federativa. Se il monito che impegna a dirsi e a dire “mai più!” quando si menziona Auschwitz era parte integrante di quel percorso europeo, ora sembra che ad essersi consumato sia lo stesso percorso in quanto tale. La memoria della Shoah, come del sistema concentrazionario, assume oggi un valore diverso da quello pensato quando le opportunità politiche si traducevano in urgenze normative, volte più a dare un indirizzo al futuro che non a modellare qualcosa del passato. L’inquietante reviviscenza dei populismi come, soprattutto, dei radicalismi politici e dei “sovranismi” (un popolo, una patria, una sola identità), in speciale modo in alcuni paesi dell’Europa orientale, dove i dispositivi legislativi hanno recepito non tanto il ricordo della Shoah, spesso faticosamente coltivato, quanto del rifiuto del nazismo come del comunismo, stanno spostando, passo dopo passo, il baricentro di imputazione del ricordo comune. L’Unione non ha attenuato le disparità tra l’“Occidente” e l’“Oriente” continentale, tra l’Atlantico, la Mitteleuropa e ciò che si spinge quasi fin verso gli Urali. La crisi repentina e verticale di credibilità delle sue élite, percepite da molti come mera espressione di gruppi corporativi d’interessi, sta pesando semmai nell’ulteriore divaricazione delle scelte operate dai singoli paesi. Il discorso, in tutta franchezza, è veramente complicato e meriterebbe molte riflessioni di corredo. Quello che si vuole dire è che se la memoria dello sterminio doveva costituire uno dei tessuti connettivi sulla base del quale modellare un’identità europea, oggi quest’intenzione non ha più la medesima forza del tempo trascorso. Non per intrinseca debolezza di ciò che è ricordato bensì per il mutamento di fisionomia, ruolo e funzione di coloro che hanno sancito l’istituzionalizzazione di quel ricordo. Si sono aperte alcune falle nello scafo continentale, ed hanno tutte a che fare con l’azione politica, ovverosia con il suo macroscopico difetto sul piano europeo. Un consorzio di paesi che non riesce a gestire l’emergenza del flusso di profughi provenienti dalle aree di crisi del Mediterraneo e del Medio Oriente, quando parla di memoria rischia di sembrare terribilmente inattuale se non insincero. Così come è dissonante il messaggio espresso dalla nostra classe dirigente nazionale, la quale dà mandato di celebrare in tutti i modi possibili la memoria dello sterminio nelle stesse ore in cui riceve il presidente di uno Stato in cui il negazionismo, e ancora di più la violazione palese, e come tale rivendicata, dei diritti umani, sono atteggiamenti diffusi. Qui si innesca la dimensione retorica, quella che evoca il passato per non affrontare il presente e, ancora di più, per non guardare al futuro. E allora non si dica per l’ennesima volta, per cortesia, che è affare e problema delle scuole, degli storici, degli studiosi, dei metodi (inefficaci), della scarsa comunicazione (quale? Quando? Come?), delle omissioni riguardo alle “colpe” del passato e così via. Poiché il campo omissivo, e quindi compromissorio, dove tutto sembra scivolare senza trovare ostacoli, è quello in cui l’eredità politica del 1945, intesa come azione per il mutamento attraverso l’incisività della politica, sembra essere stata sostituita da una vuota prescrittività, quella che declama principi nel mentre non si attrezza per realizzarli, semmai ritenendo che la società abbia bisogno di parole di mezzo conforto, quando i processi che la solcano e la trasformano alla radice possono benissimo non essere governati. Ai giovani si intendono comunicare valori morali, ritenendo che sia questo il senso profondo della trasmissione della competenza del passato. Funziona se ad essi si abbinano risorse ed opportunità concrete, non vuoti simulacri di solidarietà in assenza di giustizia sociale. Altrimenti, il nostro racconto rischia di risultare non solo inutile ma a tratti quasi insincero. Non perché non risponda alle verità del passato bensì per inaderenza alle pressanti domande del tempo corrente, alla cui interpretazione dovrebbe concorrere. Questo, d’altro canto, è l’unico nesso possibile tra il sistema sterminazionista messo in piedi dai fascismi europei e le vicende di cui siamo testimoni diretti. Nell’uno e nell’altro caso, infatti, un dolente senso di impotenza rischia di sopraffarci. Non ce lo meritiamo.

Claudio Vercelli

(31 gennaio 2016)