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Religioni e società – Gli islam d’Italia e lo Stato a caccia dell’attimo fuggito

letturaIl bene nacque dal male, a volte capita. In quell’estate del 2006 il più tenace tentativo di tenere attorno a un tavolo tutte le voci dell’islam italiano, sintonizzandole con le nostre libertà e le nostre regole, iniziò per reazione a un proclama di odio. Oggi ci siamo abituati, odio e proclami ci incombono sull’uscio di casa. Allora ci parevano un po’ meno reali, come la cicatrice di Ground Zero distante ormai cinque anni, guai degli americani, in fondo; o le predicazioni in arabo dei primi imam radicali, già pregne di violenza da sottoscala della storia, ma di cui quasi nessuno capiva nulla. Nicolas Sarkozy già chiamava racaille, teppa, i rivoltosi che incendiavano le banlieue parigine, ma al Bataclan mancava ancora una generazione di ferocia. A Nassiriya era esplosa un’altra bomba contro i nostri soldati, ma a qualcuno pareva un’eco lontana della prima strage del 2003: al funerale di Stato due politici erano stati sorpresi persino a ridacchiare. Romano Prodi era tornato premier per un soffio di voti (azzoppato al Senato). Gheddafi ci appariva più alleato che tiranno (nell’attesa del baciamano di Berlusconi). Gli islamici da noi erano poco più della metà di adesso e non sembravano un’orda (persino la Lega era più concentrata a dividere l’Italia che a scacciarne gli «invasori»). Tuttavia il 19 agosto, l’Ucoii, l’Unione delle comunità e delle organizzazioni islamiche italiane, che rivendica spesso una sorta di primato sulle altre associazioni musulmane (ricevendone in risposta ostilità e diffidenza), strappò questa tela con un manifesto dal titolo inequivocabile, pubblicato sul «Quotidiano Nazionale»: Ieri stragi naziste, oggi stragi israeliane. La conclusione era ancora più esplicita e delirante: «Marzabotto Gaza Fosse Ardeatine Libano». Gli altri membri della Consulta islamica, voluta nel 2005 dall’allora ministro Giuseppe Pisanu, si dissociarono, l’Ucoii li accusò di «tradimento». «Naturalmente era una Ucoii molto diversa da adesso», riflette Carlo Cardia, guardando Villa Ada dalle finestre della sua casa romana. Professore di Roma Tre, grande esperto di istituzioni religiose, intellettuale cattolico sedotto in gioventù dal carisma di Enrico Berlinguer, Cardia è stato tessitore della revisione concordataria al tempo di Bettino Craxi, coautore della legislazione ecclesiastica italiana. Fu anche l’anima della trattativa e dell’elaborazione dottrinaria per provare a dare un ubi consistam all’islam d’Italia, il cervello giuridico cui Giuliano Amato, ministro degli Interni in quel secondo governo Prodi, affidò il coordinamento dell’impresa. E, sì, ha ragione: quell’Ucoii guidata da Mohamed Nour Dachan e assai vicina ai Fratelli musulmani era molto diversa da questa dei nostri giorni, rinnovata dal giovane Izzedin Elzir, sostenitore della predicazione degli imam in italiano («Noi musulmani, da cittadini italiani, abbiamo il dovere di denunciare chiunque metta in pericolo la sicurezza del Paese, Il terrorismo verde non vincerà», ci ha detto Izzedin qualche settimana fa: e intendeva verde per islamico). Allora Il suo predecessore Dachan finì indagato per istigazione, fu prosciolto, rifiutò di scusarsi, sostenne un «errore di comunicazione» attorno al manifesto contestato. Le Donne marocchine d’Italia, guidate da Souad Sbai (deputata di An, poi di Lega Nord), l’avevano attaccato duramente: «L’Ucoii vuole la guerra, vive di conflitti, perché finché ci sono i conflitti ci sono gli estremisti». «Souad era una pasionaria, una specie di Dolores Ibarruri musulmana», sorride adesso bonario Cardia. Che però ricorda momenti duri: «La polemica tra Amato e Ucoii fu molto aspra. Come conseguenza Il ministro disse: a questo punto facciamo la Carta dei valori». Ne sarebbero nate sette sezioni tematiche, trentuno proposizioni, tra diritti e doveri, base di qualsiasi integrazione, coniugando libertà religiosa e laicità dello Stato. Uguaglianza uomo-donna, no alla poligamia, no al burqa (stando bene attenti ad addurre «ragioni di socializzazione e di sicurezza»): i nodi erano già tutti sul tavolo dal primo giorno ma la strada era lunga e infatti si interruppe. «Il primo problema lo posero i giornali. Perché fare una carta dei valori con l’islam? Forse perché l’islam aveva qualcosa che non andava antropologicamente? Amato aveva intuito politico, finezza intellettuale: colse subito il punto e costituì noi, cinque o sei, come comitato che trattava con il comitato dell’islam, quello del tempo di Pisanu, e con tutte le confessioni». L’islam era il vero obiettivo. «Ma grandi contributi ci vennero dalla Cei, dalla comunità ebraica, fu un’esperienza straordinaria». Il comitato scientifico coordinato da Cardia tenne nelle stanze del Viminale, fino all’aprile 2007, 42 audizioni di delegazioni e singoli, ascoltando 160 persone originarie di 35 Paesi. Sfilarono pure mormoni e cattoliche filippine, induisti e protestanti, buddhisti e ortodossi. Ma il problema da risolvere era uno, anche se inquadrato per correttezza politica in una cornice così ampia. I cento volti dei musulmani d’Italia (e le rivalità che li dividevano):l’Ucoii di Dachan, il Centro culturale islamico della Grande Moschea di Roma con una voce moderata come Abdellah Redouane, la Co.Re.Is. milanese di Yahya Sergio Yahe Pallavicini, l’Associazione Donne marocchine, i pakistani di Ejaz Ahmad, gli ismailiti di Gulshan Jivrai Antivalle, e ancora intellettuali come Younis Tawfik, sindacalisti come Mohamed Saady. L’islam avrebbe trovato piena accoglienza nella società italiana, riconoscimento dallo Stato, dentro confini precisi sulla legalità, la parità tra i sessi, la monogamia, il rifiuto di ogni violenza di radice religiosa, la giurisdizione unica dei tribunali italiani (a differenza del modello inglese che aveva lasciato uno spazio alla sharia). Un percorso per uscire dall’ombra, dagli scantinati trasformati in moschee, dall’equivoco d’essere il secondo culto praticato in un Paese nel quale tuttavia non si esiste ufficialmente. Non andò così. E la storia del bene che nasce dal male da qui diventa una grande occasione perduta. Due volte a settimana, per un anno, continuarono gli incontri. Segnati qua e là da «qualche episodio buffo e marginale rispetto al merito. Non le dirò chi fu, ma uno di loro ci chiese… indietro la moschea di Granada. Che c’entra?, dissi io. L’islam ha subito anche questo torto e dobbiamo metterlo nella relazione, disse lui. Va bene, dissi io, mettiamo nella relazione che voi rivolete Granada e noi Costantinopoli, che voi vi siete presa. La questione finì così…». Ma soprattutto quegli sforzi furono soffocati da tre nodi su cui l’unanimità fu impossibile: il burqa, la poligamia, la libertà religiosa. Ricorda Cardia «L’Ucoii non firmò, con motivazioni ambigue: la Carta non è perfetta perché prevede l’uguaglianza della donna ma non il rispetto della donna, ci dissero. Il burqa è condannato dalla Carta, ma loro non volevano fosse proibito. E non esisteva, non esiste, per loro la possibilità di cambiare religione. Allora questo distacco dell’Ucoii ebbe conseguenze fondamentali. Amato ci disse di andare avanti comunque. E tra il 2007 e il 2008 facemmo il tentativo più bello, quello di unire giuridicamente l’islam come confessione: sulla Dichiarazione di intenti convogliammo tutte le componenti tranne l’Ucoii che non aveva firmato». La Carta dei valori fu presentata al Viminale il 23 aprile 2007. La Dichiarazione di intenti, un testo coraggioso ai limiti del visionario, è del marzo 2008. Auspica la «formazione di una aggregazione islamica moderata e pluralista», la Federazione dell’islam italiano, in sintonia con la Costituzione e la Carta. E porta le firme di Ahmad, Antivalle, Pallavicini, Redouane, Saady, Sbai, Scialoja e Tawfik. «Ci metteva avanti agli altri, in Europa. Ma il governo cadde, ad aprile 2008 si votò. Senza Amato, il progetto perse vigore. Si continuò con incontri informali, anche alla Grande Moschea, da Reoduane, senza però il supporto dello Stato. Quella fu l’ultima volta in cui si provò a tenere tutti assieme, con il sostegno e l’impegno di un ministro degli Interni». La nostalgia per Amato — e forse per una stagione anche personale di progetti forti — è palpabile. Ma non fa velo all’analisi critica di Cardia. «Vede, già allora il contrasto sulla rappresentatività emerse, ed è ancora centrale, ad esempio, tra Grande Moschea e Ucoii. Chiesi all’Ucoii un elenco di associazioni affiliate, mi risposero: non è come lo immaginate voi, abbiamo lettere di moschee che ci dicono di far parte del nostro panorama… Gli islamici vivono molto il senso di autonomia di moschea, di centro culturale… Non hanno il nostro concetto di personalità giuridica, per loro l’islam è semplicemente lo Stato, ed è dentro questo schema che ciascuno si sente autonomo». L’atomismo, con l’assenza per noi di un vero interlocutore, resta una spina: «Se lei chiede a Izzedin e a Redouane chi ha più moschee non riuscirà a ottenere una risposta chiara». Ma un certo pessimismo di Cardia riguarda anche noi. L’incapacità dello Stato di favorire l’emersione delle moschee e degli imam da un sotto-mondo di clandestinità: «Bisogna incentivare questa unione con mezzi giuridici e anche economici». Sapendo che il multiculturalismo peloso non aiuta né noi né i musulmani. «Senza Amato non avremmo combinato nulla, tanti anche a sinistra ci erano contrari». Alcuni, con qualche incarico di governo, ritenevano persino il burqa espressione di una tradizione, dunque intangibile. Tanta intellighenzia nostrana semplicemente non capì: «Andammo a Pisa a presentare la Carta dei valori. E un professore scandalizzato mi disse: ma come, non ci avete messo il diritto al matrimonio omosessuale?». Dieci anni dopo la questione è più aperta che mai: «Quel cammino si potrebbe riprendere, ci fosse la volontà». Già. Per indurre l’islam a unirsi, forse, dovremmo essere un po’ più uniti noi.

Goffredo Buccini, Corriere La Lettura, 31 gennaio 2016