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Shoah e identità

Sara Valentina Di PalmaGiornata di studio di ampio respiro, quella organizzata dalla famiglia di rav Joseph Levi a Firenze per celebrarne il settantesimo compleanno, e di questo è meritevole soprattutto la moglie, Shulamit Furstenberg.
La Shoah non era argomento di discussione, ma è stata sfiorata in diversi momenti, da Joseph Weiler a proposito della vandalizzazione nazista dei cimiteri ebraici nell’est Europa, a Moshe Halbertal sul rischio di un universalismo volto a obliterare le differenze uniformando gli individui, con un monopolio sulla vita e sul destino degli uomini che immediatamente ricorda i totalitarismi novecenteschi. Per concludere con il riferimento di rav Levi stesso, in chiusura, al pensiero omologante nazista.
Dissento leggermente però da Weiler, per il quale la distruzione delle lapidi ebraiche nei cimiteri significava voler eliminare il particolarismo identitario ebraico, in uno dei momenti importanti della vita umana in cui ogni particolarismo si esprime, ovvero nascita, matrimonio e morte, con i propri riti caratterizzanti.
Il nazismo ha fatto, penso, molto di peggio che annullare il particolarismo ebraico, ridicolizzandolo in maniera perversa e sfruttandolo per piegarlo e convogliarlo nel proprio progetto genocidiario (e questo è uno degli elementi che rendono la Shoah unica nel panorama dei genocidi che conosciamo). I nazisti conoscevano bene il nemico ebreo che volevano, prima di uccidere, umiliare nella osservanza delle leggi ebraiche.
Le deportazioni dall’Italia sono iniziate, come è noto, ben prima che albeggiasse il 16 ottobre 1943 nell’ex ghetto di Roma: era Shabbat. Come Shabbat era il 6 novembre, quando iniziarono gli arresti degli ebrei fiorentini.
Le principali Aktionen di liquidazione dei ghetti est europei, che tradotto significa le operazioni di rastrellamento in massa e deportazione nei campi di solo sterminio, sono state condotte durante le principali feste ebraiche o di Shabbat: valgano come esempio la Grossaktion condotta tra il 22 luglio ed il 21 settembre 1942, ovvero tra Tisha be Av e Yom HaKippurim, che mandò a Treblinka il grosso degli ebrei ancora vivi a Varsavia, o la Gehsperre aktion iniziata il 5 settembre dello stesso anno a Łódź, uno Shabbat, di cui abbiamo memoria in strazianti foto conservate presso l’Holocaust Memorial Museum di Washington di bambini in fila in attesa della deportazione.
I rotoli della Torah contengono il nome del Signore e vanno preservati da profanazione? La risposta nazista fu imporre agli uomini di sputarvi sopra e calpestarli, prima di bruciarli. La Torah vieta la profanazione del corpo umano stesso con segni indelebili quali i tatuaggi? Trasformare gli uomini deportati in Stücke, pezzi, passò a Birkenau anche attraverso la marchiatura della carne, e venne fatto sul braccio sinistro dove gli uomini legano i tefillin comandati dallo Shemà per ricordarci che il nostro cuore, cui arriva il braccio sinistro, ama Kadosh Baruch Hu (al pari della nostra mente, e per questo i tefillin sono legati anche in fronte). Sino all’estremo di costringere soli prigionieri ebrei nei Sonderkommando, il kommando di sotto ovvero chi faceva il lavoro sporco nelle camere a gas e ai forni crematori: solo ebrei costretti alla produzione massificazione ed industriale della morte di altri ebrei.
E infine non posso non pensare ad un midrash letto lo scorso Shabbat con i bambini, in cui si ricorda come la manna scendesse dal cielo nel deserto e Moshe avesse ricordato anche ai recalcitranti che ne volevano tanta, che ciascuno doveva prenderne “secondo le proprie necessità” (Shemot, 16:18) e che quindi non si meravigliassero se quella accumulata in eccesso producesse vermi e cattivo odore, o se le famiglie con pochi componenti ma forti e vigorosi ne prendessero più del bisogno ma una volta rientrati nelle tende il peso della manna di fatto diminuisse sino ad essere proporzionato ai membri della famiglia. Jedem das Seine, campeggiava scritto sul cancello all’ingresso del lager di Buchenwald: a ciascuno il suo.

Sara Valentina Di Palma

(11 febbraio 2016)