La forza degli israeliani: felici nonostante tutto

poveri ma feliciAvete imboccato la strada giusta ma la meta è ancora lontana. È quanto scrivono gli economisti dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse, ente internazionale basato a Parigi) nel report pubblicato a fine gennaio in cui fotografano la situazione socioeconomica di Israele. Dall’indagine arriva la conferma che i tasti dolenti del Paese sono quelli noti da tempo – conflitto a parte – ovvero un costo della vita troppo alto, una forbice delle diseguaglianze sempre più ampia e una bassa produttività. Il livello di povertà, seppur da interpretare, suona come un campanello di allarme: Israele, ribadisce il report, è seconda nelle classifiche che valutano il tasso di povertà all’interno dei paesi Ocse (il calcolo fa riferimento alle famiglie con reddito inferiore alla metà del reddito mediano della popolazione totale, che in Israele corrisponde a 18mila dollari). Anche il divario tra ricchi e poveri è molto elevato: il 10 per cento dei più ricchi del paese guadagna quindici volte di più del 10 per cento più povero, ben oltre la media Ocse che si attesta su un più basso 9.6. Detto questo, gli israeliani rimangono soddisfatti della propria vita, in particolare rispetto ai servizi sanitari e scolastici erogati dallo Stato. Anzi, se prendiamo un’altra classifica, quella dei Paesi più felici del mondo (stilata nel 2015 dal Sustainable Development Solutions Network), Israele è addirittura all’undicesimo posto, andando a braccetto con Paesi come Nuova Zelanda, Danimarca, Svizzera (la prima in assoluto). Questo nonostante il conflitto in corso con i palestinesi, nonostante i vicini non siano esattamente paragonabili a Francia, Italia o Austria, e nonostante la critica analisi dell’Ocse. Non che quest’ultima sia passata inosservata a Gerusalemme, almeno ufficialmente. Il ministro delle Finanze israeliano Moshe Kahlon si è affrettato a spiegare che l’esecutivo si sta muovendo per rispondere alle criticità elencate nel report. Tra queste la riforma ribattezzata dei cornflakes che vuole abbattere il costo del cibo. Tra i suggerimenti degli economisti di Parigi, la correzione di alcuni interventi definiti distorsivi sull’agricoltura (previsione di quote e tariffe doganali) che “costituiscono l’80 per cento del sostegno che Israele fornisce al settore – si legge nel documento – rispetto al 20 per cento degli Stati Uniti e dell’Europa” e che ricadono sui consumatori, con un rincaro dei prezzi del 7 per cento. E ancora, in Israele i costi di produzione per latte e carne sono superiori ai paesi Ocse rispettivamente del 37 per cento e del 73 per cento. Per dare un’idea sul costo della vita: il raffronto con due paesi con Pil simile, Spagna e Corea del Sud, parla di una Israele più cara rispettivamente del 20 e del 30 per cento.
Uno dei tasti più dolenti è poi la questione della povertà, in particolare tra rispetto alle condizioni dei più anziani a causa di pensioni base basse e dei settori haredi (ovvero gli ultraortodossi, circa 800mila persone) e arabo (1,5 milioni). Il problema è soprattutto l’inserimento di questi due ultimi mondi nel mercato del lavoro, con un tasso di inoccupazione ancora alto, seppur da Parigi arrivi un riconoscimento per le politiche statali dirette a modificare la situazione. Come spiegava l’economista Aviram Levy in un suo articolo su Pagine Ebraiche, due sono le problematiche di questa situazione: da un lato il fatto che due minoranze che contano oltre due milioni di persone (su una popolazione complessiva di 8 milioni) facciano “ricorso sistematico alla pubblica assistenza rappresenta un drenaggio di risorse dalle casse dello stato”. “Dall’altro lato un’economia che vuole mantenere tassi di crescita elevati – spiegava Levy – ha bisogno di una continua immissione di manodopera giovane e istruita, da impiegare in settori ad alta produttività (come l’high tech) e che produca reddito, che consumi e crei ricchezza. Senza questa immissione di capitale umano l’economia israeliana perderebbe un importante propulsore”.
Da ricordare dall’altra parte che il Paese continua a crescere, come sottolineano del resto gli economisti dell’Ocse, ha un’economia sana e forte, a differenza dei suoi vicini. E, come si diceva all’inizio, gli israeliani sono – stando a classifiche e statistiche – generalmente felici. “Gli esperti di psicologia sociale di solito mettono la Danimarca in cima alla lista dei più felici del mondo – scriveva il giornalista Nahum Barnea, commentando la classifica dei paesi più felici – In effetti la vita in Danimarca è felice: tutto è rilassato, piacevole, equilibrato. In Israele d’altra parte la vita è bella: interessante, dinamica, coinvolgente. E per gli israeliani, a quanto pare, è preferibile una vita bella”.
Secondo la professoressa Zahava Solomon, dell’Università di Tel Aviv, per capire gli israeliani bisogna tenere presente come da un lato siano costantemente consapevoli e temano la propria potenziale scomparsa, vista la situazione geopolitica in cui si trovano; dall’altra, sono senza paura, proprio perché hanno tanti motivi per avere paura, non temono nulla spiegava Solomon alla giornalista americana Tiffanie Wen. Una parziale dimostrazione di ciò arriva dallo studio pubblicato sul Journal of the American Medical Association che suggerisce che gli israeliani riescano a recuperare più rapidamente in caso di disturbi post-traumatico da stress (DPTS) rispetto a cittadini di altre nazioni occidentali. Lo studio comparava israeliani che avevano vissuto 18 mesi sotto la pressione del terrorismo durante la seconda intifada e dei newyorchesi dopo l’11 settembre. Secondo lo studio, il numero di casi di disturbi post traumatici registrati nelle due situazioni era simile. Però, a distanza di uno e due mesi dall’attacco alle Torri Gemelle, il tasso dei DPTS era significativamente più alto negli Stati Uniti piuttosto che durante la Seconda intifada, indicando una capacità di recupero degli israeliani più alta. La “cultura del conflitto”, afferma Solomon, ha permesso ai cittadini in Eretz di avere un atteggiamento a metà tra il fatalismo e l’assenza di paura che permette di confrontarsi con tutto il blocco delle complessità del paese.
“Non so cosa riserva il futuro a Israele. – scriveva l’analista Aaron David Miller sulla rivista Foreign Policy – Ma sono abbastanza certo che il prossimo anno il livello della felicità del paese nelle classifica sarà di nuovo alto. Per quello che vale”.


Daniel Reichel

(14 febbraio 2016)

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