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…minian

Può capitare di trovarsi in sinagoga e chiedersi quale sia il senso della partecipazione a un minian. I presenti intonano un canto e ciascuno se ne va per conto proprio, lento o veloce, incurante degli altri, indifferente alle proprie stonature. Lo sfilacciamento di voci è ridicolo e produce solo fastidio. Al di là dell’estetica del canto, ci si distrae a pensare che forse qualcuno intende il minian come un quorum il cui scopo è permettere a lui, al singolo individuo, di uscire di mitzwah, piuttosto che come possibilità per i singoli di fondersi in un insieme. Si tocca qui con mano la perdita del senso di comunità, verificabile anche là dove il singolo pretende di imporre alla kehillah le proprie regole personali di vita sostituendosi alla guida cui il compito è delegato. C’è sempre un maestro, privo di titolo e di licenza, che pretende che la collettività si adegui ai suoi principi e alle sue scelte, fiero di costituire un intralcio sulla strada, già di per sé ardua, di una comunità che cerca di individuare un percorso comune. Come se cantare fuori dal coro fosse un modo di dar senso alla propria insignificante, individuale esistenza.

Dario Calimani, anglista

(16 febbraio 2016)