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La lingua del male

Sara Valentina Di PalmaRagazzini di una terza media coinvolti da un’insegnante di italiano e storia (a detta della quale la classe è apatica e poco partecipe) incalzano di domande: come facciamo a stabilire se quello che sta facendo l’Isis in Siria è un genocidio, soprattutto se prendiamo la Shoah come modello interpretativo? Come e perché l’Isis educa i bambini alla violenza? Che cosa vuol dire sostenere che il nazismo era in lotta contro i principali sistemi educativi alternativi, ovvero la famiglia e le chiese, per il monopolio sulle menti giovani? In che senso questo lavoro operò anche sulla lingua?
La figlia di Thomas Mann, Erika, ci descrive in La scuola dei barbari. L’educazione della gioventù nel Terzo Reich (Giuntina 1997) come la manipolazione della storia passata e del linguaggio iniziassero con le canzonette infantili e passassero attraverso l’attenta riscrittura dei programmi scolastici, mentre i ragazzi le cui famiglie non erano allineati venivano prima incoraggiati a denunciare i genitori, e poi sottratti al loro controllo affinché ricevessero un’educazione adeguata ai principi razzisti ariani. Il filologo ebreo tedesco Victor Klemperer, in LTI. La lingua del Terzo Reich (Giuntina 1999) testimonia, denuncia e dettaglia minuziosamente il lavoro di riscrittura linguistica compiuto in funzione della LTI, la lingua tertii imperii: non solo la cancellatura di certi termini ed espressioni, ma anche la loro enfatizzazione (si pensi a volk, popolo, usato sempre più come prefisso di parole composte) o, piuttosto del conio di neologismi, lo scivolamento semantico apparentemente naturale al fine di stravolgere e mutare il senso di parole e concetti, penetrando nel parlato comune sino a creare una nuova comunicazione che rifletteva un nuovo modo di pensare. Ne fa parte la particolare cura nella scelta di eufemismi volti a minimizzare e banalizzare le politiche condotte dal regime nazista nei confronti dei propri nemici: evacuazione (ovvero deportazione), Sonderbehandlung (trattamento speciale: leggi assassinio) e il tanto attuale Verschärfte Vernehmung (interrogatorio intensificato: tortura).
Eppure, questo modus operandi fu modello per regimi genocidiari successivi, anche in casi molto diversi come quello dell’autogenocidio cambogiano.
Dopo che nel 1975 i Khmer rossi conquistarono Phnom Penh, deportarono la popolazione nelle campagne e la costrinsero a lavorare nelle fattorie comuni, pena la morte. Furono aboliti ospedali, scuole, banche, moneta, le professioni “borghesi” come l’insegnante, il medico o l’avvocato. La lingua venne stravolta e i Khmer Rossi inventarono nuovi termini per indurre i cambogiani ad assumere caratteri rivoluzionari; gli abitanti del Paese furono incoraggiati a chiamarsi “amico” o “camerata” e ad abbandonare i tradizionali sistemi di saluto tra le persone. Il calendario tradizionale fu sostituito da uno nuovo che faceva cominciare la storia dall’anno della rivoluzione, detto “Anno Zero”. Anche i figli venivano sottratti ai genitori per iniziare un tipo di educazione che faceva riferimento unicamente al partito, e i risultati furono immediati e proficui, tanto che spesso i peggiori guardiani dei campi di concentramento ed i più fanatici delatori furono proprio bambini ed adolescenti.
Anche in questo caso, non si trattava solo di assassinare chi non era allineato con un sistema di pensiero totalitario, ma anche e soprattutto di cooptare nella macchina dello sterminio le nuove leve, diseducandole all’umanità e rieducandole alla violenza per la causa sposata dal regime. “Voi siete l’aurora della vita, voi siete la speranza della Patria, voi siete soprattutto l’esercito di domani” (Ariberto Segàla, I muri del duce, Arca Edizioni 2000: frase destinata alle case della Gioventù Italiana del Littorio).

Sara Valentina Di Palma

(18 febbraio 2016)