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…storia

Recentemente mi è stata posta la seguente domanda: “Come può Israele avere una convinzione così certa della positività della realtà dopo che tutta la sua storia è stata attraversata da tribolazioni e travagli di ogni genere?”.
L’idea che la storia degli ebrei sia caratterizzata da un interminabile susseguirsi di tragedie, esclusioni, persecuzioni e discriminazioni è incredibilmente persistente. In genere, da storici, la risposta più efficace sembra quella di mettere in discussione questo assioma fondandosi sulla ben nota svolta proposta da Salo Wittmayer Baron negli anni ’30.
Baron, autore della monumentale e insuperata Social and Religious History of the Jews, proponeva di mettere fine a quella che lui chiamava visione ‘lacrimosa’ della storia ebraica e di ragionare prendendo le mosse dalla documentazione per sondare i rapporti sociali e culturali della minoranza ebraica con le civiltà maggioritarie in una duplice prospettiva orizzontale (legata allo specifico ambito cronologico e geografico) e verticale (connessa cioè alla storia di lungo periodo della civiltà ebraica). Ma decenni di studi e ricerche, centinaia di metri lineari di librerie occupati da volumi che danno consistenza a questa banale evidenza, non sono valsi a indebolire nei più l’idea deterministica per cui la storia di Israele sia una storia di eterne persecuzioni.
È una visione ideologica che fa comodo a molti, ebrei e non ebrei, per evidenti motivi ideologici. Ma è un idea che genera mostri. Alla domanda di cui sopra, non si può quindi rispondere se non mettendo ben in chiaro il fatto che la premessa storiografica ha poco a che fare con la realtà. Certamente ci sono stati episodi spaventosi nella storia, ed è vero che questi hanno influenzato le vicende degli ebrei, le loro scelte culturali, le migrazioni, le attitudini sociali.
Ma non sono quelli i cardini su cui si fonda la lunga storia di rapporti fra ebrei e non ebrei, una vicenda che va studiata interrogando le fonti ed evitando di partire da ipotesi predeterminate. Rimane, certo, la questione posta dal mio interlocutore secondo cui Israele esprime la decisa convinzione di una positività della realtà. Mi pare si tratti di una constatazione bella e profonda, che ben descrive la resilienza espressa dagli ebrei nel corso della loro storia. Si pensi a come per millenni si sia celebrata la liberazione dalla schiavitù d’Egitto, con la gioia legata al Seder di Pesach e alla sua convivialità familiare, anche in momenti e situazioni che apparentemente non offrivano spunti di speranza né vie d’uscita. Nelle comunità assediate lungo il Reno nel Medioevo, nel ghetto di Roma, nella povertà assoluta dello shtetl russo, come pure nei ghetti nazisti, quella gioia e quel rituale erano segni di una positività profondamente radicata, trasmessa con caparbietà da una tradizione che ha sempre disegnato una prospettiva temporale certa negli esiti ancorché dubbia nella sua cronologia.
È il messianesimo che ha offerto e offre il suo eterno germoglio di positività, e non l’abbrutimento (a volte discutibile) di una realtà storica che è invece variegata nel tempo e mai uguale a se stessa.

Gadi Luzzatto Voghera

(26 febbraio 2016)