Umberto Eco (1932-2016)

annasegreIn questa settimana non sono mancati fatti e parole che meriterebbero un commento, o che suonano così paradossali da commentarsi da sé (uno per tutti: la battaglia in nome della religione per abolire l’obbligo di fedeltà), ma casomai ne parlerò un’altra volta (tanto se ne discuterà ancora molto a lungo), perché oggi non posso fare a meno di ricordare Umberto Eco.
Ci sono molti modi di amare uno scrittore e di prenderlo come maestro. Se si ha la fortuna di essere Dante Alighieri può addirittura trasformarlo in un proprio personaggio (chi si ricorda che nella realtà storica Virgilio e Dante sono non si sono mai incontrati? Sembra impossibile).
Oppure, più modestamente, se si ha la fortuna di amare un autore contemporaneo, si può inseguirlo di qua e di là per trasmissioni televisive, articoli, conferenze, Salone del libro. Sempre con un’impressione di familiarità, sempre con l’illusoria sensazione che prima o poi si presenterà l’occasione di conoscerlo di persona.
Ora che so che questa occasione non potrà più presentarsi mi ritrovo a riflettere sulla curiosa influenza che Umberto Eco ha avuto sulla mia vita. Un’influenza discreta, fatta di fascinazioni e suggestioni, con qualche ricaduta pratica. Dalla scelta di laurearmi in semiologia sul seder di Pesach, alla decisione di lavorare negli anni universitari all’Archivio Terracini di Torino perché Il nome della rosa mi aveva trasmesso il fascino per le biblioteche antiche, fino alle istruzioni, garbate e molto divertenti, su come fare una tesi di laurea (istruzioni a cui mi sono attenuta scrupolosamente e che hanno influenzato per sempre il mio modo di scrivere).
Il nome della rosa, letto a quindici anni, è stato un amore giovanile di quelli che non si scordano mai. Ma forse solo negli ultimi tempi, e in particolare dopo l’attacco a Charlie Hebdo, ci possiamo rendere davvero conto di quanto quel libro fosse stato profetico nel mostrare una fede cieca e incapace di dubbi, che odia più di ogni altra cosa chi insegna a ridere e far ridere. Vale la pena di ricordarlo mentre ci avviciniamo a Purim.

Anna Segre, insegnante

(26 febbraio 2016)

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