Torino, l’assemblea dell’odio

Inizia con l’occupazione di un’aula del campus universitario Luigi Einaudi di Torino l’assemblea pubblica promossa ieri dal locale Progetto Palestina, Collettivo Autonomo Universitario e Studenti Indipendenti. Assemblea di cui molto si è parlato sui giornali dopo la revoca da parte del rettore dell’autorizzazione a utilizzare spazi interni all’ateneo per la propria propaganda di boicottaggio (che in questo caso doveva essere rivolta contro il Technion di Haifa e i rapporti di partnership tra lo stesso con Politecnico e Università degli studi). Protagonista dell’incontro Ronnie Barkan, fondatore di Boycott from within, movimento israeliano a sostegno del BDS.
Una volta preso possesso dell’aula ecco la prima sorpresa: come precisato nell’introduzione da una rappresentante del movimento Progetto Palestina non si parlerà degli accordi scientifici presi tra gli atenei torinesi e il Technion, ma di quella che è definita la condizione di “apartheid” in cui si troverebbero i palestinesi fin dalla fondazione dello Stato d’Israele.
La scena viene poi presa da Barkan, obiettore di coscienza alla chiamata dell’esercito israeliano, che dopo alcuni anni di attivismo in patria ha deciso di dedicarsi al proprio progetto “dal di fuori”. Barkan si presenta dicendo di essere stato fortunato a nascere in Israele uomo, bianco ed ebreo. Fortunato perché a suo dire sarebbero evidenti i privilegi riservati a chi, in Israele, risponde a queste caratteristiche. A ruota il solito campionario di retorica e ideologia: “Mentre in Italia nasceva un nuovo Stato libero dai fascisti, il Palestina nasceva uno Stato sotto certi aspetti fascista” afferma Barkan. Uno Stato, aggiunge poi, “che è stato fondato in una prospettiva illegale di apartheid”.
Il suo intervento prosegue secondo il solito mantra antisionista: si raccontano così le diverse fasi della “colonizzazione” e l’istituzione di una maggioranza ebraica in Israele “con la forza”.
Barkan passa poi ad illustrare come sia nata la settimana della Palestina che gli organizzatori stanno celebrando con questa e altre iniziative. E prosegue illustrando i punti salienti del movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni. L’attivista si congeda così: “Non tutti gli ebrei sono un blocco monolitico. In Italia (nel ventennio) c’erano cristiani fascisti, ma altri no”.
Si arriva quindi al momento del sedicente “dibattito”. Sedicente perché forse gli organizzatori ignorano il significato di questa parola, dato che inaugurando l’assemblea avevano ribadito la loro contrarietà all’invito di una controparte, come auspicato invece dal rettore. Nonostante questa premessa, proprio con la prima domanda all’ospite emerge un “opinione diversa”, tristemente ancora più radicale: un ragazzo che si qualifica come profugo palestinese in Libano di terza generazione, il quale, evidentemente non conosce la storia di Barkan, gli chiede il motivo per cui, sostenendo il movimento BDS, viva in Israele e non “abbandoni quelle terre”.
Prende poi la parola il professor Roberto Beneduce, uno dei firmatari della petizione lanciata da alcuni accademici italiani per il boicottaggio delle università israeliane: “La questione palestinese non va dimenticata”, il suo appello.
Un ragazzo che si qualifica come palestinese di Gaza city chiede all’ospite come sia possibile che nei musei della Shoah la visita degli spazi generalmente si concluda con un messaggio – mai più – che sarebbe stato tradito “proprio nei confronto del mio popolo”
Mai assist fu più sperato da Barkan, il quale ne approfitta per teorizzare su quanto sia “ridicolo” accusare chi è antisionista di essere anche antisemita. Al contrario Israele sarebbe il paese “più antisemita al mondo” perché, dice Barkan, accusando di antisemitismo “chi critica la sua politica di apartheid”, si arrogherebbe il diritto di rappresentare il pensiero di tutto il mondo ebraico.
L’assemblea finisce, mi avvio verso l’uscita. I pensieri sono tanti.
Mi domando se gli amici del collettivo LGBT che erano presenti alla serata siano a conoscenza del pericolo in cui si troverebbero se adesso invece che a Torino fossimo nella Striscia di Gaza.
Rifletto sulla soddisfazione degli organizzatori di poter esporre un “israeliano buono”.
Ma anche su come possa sentirti Barkan sapendo che tra il pubblico, oltre a persone che legittimamente sono critiche nei confronti delle politiche israeliane, ci sia una vasta gamma di opinioni che sfociano, come nell’esempio del ragazzo palestinese di terza generazione, nell’opinione più estrema dello sradicamento in toto di chi tutt’ora vive in quelle terre e che in quelle terre magari ci è nato.

Filippo Tedeschi

(4 marzo 2016)

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