moked/מוקד

il portale dell'ebraismo italiano

Il fantasma all’opera

torino vercelli“È vero che i nostri nemici comuni sono la Gran Bretagna e i sovietici, i cui principi sono opposti ai nostri. Ma dietro di essi si nasconde l’ebraismo che guida entrambi e che, in questi due paesi, ha un solo obiettivo. Contro queste due nazioni siamo attualmente impegnati in una battaglia per la vita o per la morte, che non determinerà solo l’esito della lotta tra nazionalsocialismo ed ebraismo; infatti, l’intera condotta di questa guerra vittoriosa sarà di grande e concreto aiuto agli arabi impegnati nella stessa lotta”. Così Hitler a un signore dall’aspetto misurato e dai toni gentili, vestito integralmente con un elegante caffettano nero e un turbante chiaro. Sono le parole che il secondo attribuisce al primo. Chi era Muhammad Husayni-al Amin (o anche Haj Amin-al Husseini e altro ancora, a seconda di come lo si traslitteri e lo si qualifichi)? Il nome è da sempre noto a tutti gli studiosi della politica mediorientale ed in particolare agli storici. Meno conosciuto, invece, lo era al grande pubblico prima che nell’autunno scorso il premier israeliano Benjamin Netanyahu lo chiamasse direttamente in causa quando, dinanzi ad una platea selezionata, quella del World Zionist Congress, riunitasi a Gerusalemme il 21 settembre scorso, ebbe modo di affermare che: «And this attack and other attacks on the Jewish community in 1920, 1921, 1929, were instigated by a call of the Mufti of Jerusalem Haj Amin al-Husseini, who was later sought for war crimes in the Nuremberg trials because he had a central role in fomenting the final solution. He flew to Berlin. Hitler didn’t want to exterminate the Jews at the time, he wanted to expel the Jews. And Haj Amin al-Husseini went to Hitler and said, “If you expel them, they’ll all come here.” “So what should I do with them?” he asked. He said, “Burn them”». Quanto il ruolo dell’autorità “spirituale” arabo-musulmana sia stato rilevante, se non decisivo, nel percorso di radicalizzazione delle scelte naziste che portarono allo sterminio sistematico delle comunità ebraiche nei territori occupati dalle armate tedesche, è materia di discussione. Che intendesse liberarsi degli ebrei è fatto certo, rivendicato allo spasimo dal medesimo protagonista. Al di là dell’ipoteca storiografica formulata dal primo ministro Netanyahu, rimane il fatto che il politico palestinese fu al medesimo tempo cinque soggetti in uno: un aspro e durissimo esponente del nazionalismo panarabo prima e del nazionalismo palestinese poi, delle cui istanze, spesso contraddittorie tra di loro, si eresse a maggiore esponente nell’area mediorientale, in ciò tuttavia contrastato da altri capi in cerca di visibilità, che finirono con l’oscurarlo e il soppiantarlo quando l’evoluzione del quadro geopolitico e storico lo permise; al medesimo tempo un antagonista del sistema coloniale franco-britannico, dalla cui dissoluzione confidava di cogliere i migliori benefici per la sua parte, ed un estimatore profondo, brutalmente “sincero”, del modello ideologico nazista; un pervicace “antisionista”, la bandiera dietro la quale diede corpo al suo viscerale antisemitismo, identificando l’ebraismo con la “modernità” e quest’ultima con il colonialismo corruttore, oltre che con le peggiori nefandezze dei tempi correnti; un precursore, sia pure atipico dal punto di vista dottrinario (a fronte della modestia della sua produzione intellettuale che, per buona parte, ebbe poco o nulla a che fare con la dottrina e la teologia musulmane), del radicalismo islamista, di cui raccolse e strutturò le istanze politiche che dagli anni Venti in poi venenro definendosi, dandogli corpo e sostanza; il figlio di una delle più importanti famiglie del notabilato arabo, composto dagli Husseini, dai Nusseibeh, dai Khalidi, dai Dajani, dai Nashashibi (suoi acerrimi avversari), fino agli Alauri che componevano, nel loro insieme, la rigida tessitura di una aristocrazia terriera e latifondiaria, basata sul legame verticale e gerarchico tra gli “effendi” (posti ai vertici) e i “fellahim”, il bracciantato rurale. Un legame di vincoli e subalternità apparentemente inamovibili, intrecciate con la disposizione amministrativa dell’Impero ottomano di cui i distretti che componevano l’area della futura Palestina mandataria erano il territorio elettivo di azione dei militanti arabo-islamisti, e che ebbe parte non secondaria nelle dinamiche dello sviluppo del movimento nazionalista locale. Di lui, morto a Beirut nel 1974, dopo un’esistenza tanto pirotecnica quanto sostanzialmente fallimentare sul piano dei risultati politici, rimane la solida immagine di un agitatore indefesso, ostile innanzitutto all’immigrazione ebraica nella Palestina mandataria e poi alla nascita d’Israele. Alla prima e al secondo, in competizione con gli altri esponenti del nazionalismo arabo e poi del panislamismo, andava contrapponendo invece la generazione di uno Stato musulmano, legato all’ipotesi di una “grande Siria”, saltando per più aspetti a piè pari le brutali ma inossidabile logiche della spartizione mandataria attuata con gli accordi segreti Sykes-Picot del 1916, sottoscritti dalla Gran Bretagna e dalla Francia. Fin qui, peraltro, nulla di nuovo. Ben diverse, invece, sono le liaisons dangereuses, i legami spavaldi e intollerabili, con l’Italia fascista prima e poi, in un comune sentire evidentemente ancora più gratificante di quello velleitariamente offertogli da Roma, con la Germania nazista. Comprovato è il suo sforzo, tra gli altri, per il reclutamento (in parte riuscito, soprattutto in Bosnia) dei musulmani nelle formazioni internazionali delle Waffen-SS; la compromissione con l’Abwehr, l’intelligence militare tedesca; i rapporti con alcuni dei maggiori esponenti delle SS; i due incontri con Hitler, tra il 1941 e il 1942 che, tuttavia, suggellarono soprattutto la dipendenza del Muftì dal secondo. La base comune era l’antisemitismo, ovvero la lotta contro il «giudeo-bolscevismo». Quanto all’apertura di credito che il duce tedesco gli offrì, al di là dell’ovvio gradimento per tutto quanto Husayni-al Amin portava generosamente in “dono” – a partire dalla corresponsabilità nei diversi moti antiebraici succedutisi dal 1921 alla Seconda guerra mondiale, passando per l’avversione nei confronti degli inglesi, continuando con l’adesione all’antisemitismo apocalittico e “redentivo” (Saul Friedländer) di Berlino per giungere, infine, alla concezione dell’identità musulmana come di un totalitarismo ideologico per più aspetti omologo a quello nazista -, la questione non è ancora del tutto risolta sul piano storiografico. Poiché Hitler intrattenne sempre e comunque un rapporto di reciprocità calcolata con un personaggio che, per più aspetti, se da un lato poteva risultare funzionale alla politica mediterranea e araba di Berlino, dall’altro risultava problematico per più di un aspetto riguardo ai progetti di lungo corso nel merito di “nuovo ordine orientale”. Peraltro, il Muftì gerosolimitano, nel suo sgomitare ossessivo, scontava anche la competizione di altri leader arabi e musulmani i quali lo considerarono sempre e comunque una figura di scarso valore. Non è un caso se abbia faticato nell’avanzare nel corso degli studi, di fatto interrompendoli ed assurgendo poi al ruolo spirituale, morale e civile di Muftì in base alla nomina voluta da parte dell’allora Alto commissario britannico per la Palestina mandataria, sir Herbert Samuel (un ebreo, per intenderci), nel 1921, in una rosa di cinque nomi dove Husayni-al Amin risultava non solo tra le figure più deboli ma anche la peggio accreditata dinanzi alla comunità musulmana. Non era infatti né uno “shaykh”, non avendo visto riconosciuta l’autorevolezza che ad altre figure era invece garantita, né un sapiente in materia religiosa, in grado quindi di emanare decisioni tali da imporsi sulla comunità dei credenti. L’unica qualifica corrispostagli con certezza, oltre ad un diploma alla Scuola di amministrazione di Istanbul (cosa ben diversa dai più prestigiosi studi religiosi al Cairo, nei quali non sembra che avesse avuto modo di eccellere), fu quella di “pellegrino”, avendo compiuto nel 1913 il viaggio rituale a La Mecca. Era invece, nella sua apparente debolezza contrattuale (elemento che sicuramente pesò nella decisione di Samuel, convinto di potere integrare un esponente altrimenti sovversivo dentro la ragnatela dei rapporti istituzionali), un elemento affine al radicalismo, poiché la sua maturazione ideologia era avvenuta in qualità di allievo di Rashid Rida (1865-1935), il dominus intellettuale e politico della cosiddetta «rinascita araba», dentro la quale maturarono tutti gli elementi che sarebbero poi stati recepiti e raccolti nel fondamentalismo islamista, dal secondo dopoguerra in poi: l’avversione programmatica contro l’«Occidente»; l’enfatizzazione del Jihad come precetto fondamentale della fede coranica e della prassi dell’uomo pio e praticante; il rimando alla Sharia come fonte primaria (ed unitaria) nella legislazione e nella vita associata; un antisionismo viscerale, che si trasfondeva nell’antisemitismo programmatico, quest’ultimo probabilmente coltivato avendo assistito, e forse anche in qualche modo partecipato, al genocidio degli armeni, nella sua qualità di ufficiale dell’esercito ottomano, stanziato con la sua unità di artiglieria nella città di Smirne fino al 1916. L’adesione alla Fratellanza musulmana, negli stessi tempi della sua fondazione in Egitto, testimonia di questa impostazione di fondo, che rimandando alla visione wahhabita dell’Islam, che predica la “purezza” della terra consacrata attraverso l’espulsione o l’eliminazione dei non credenti, degli apostati, delle stesse minoranze. I fatti successivi, dalla corresponsabilità nei massacri di Hebron (1929) fino alla totale compromissione con la politica dell’Asse tripartito, sono questioni che accompagnano come un’ombra inquietante la fisionomia e il ruolo politico del Muftì gerosolimitano. Fino ai giorni nostri, laddove ci deve confrontare con il suo “lascito”, coltivato da ineffabili nipotini di rigorosa aderenza fondamentalista. Di tutto questo, del ruolo svolto nella realizzazione della «soluzione finale della questione ebraica», delle sue attività postbelliche avremo modi di parlare martedì 8 marzo, dalle ore 20,45, a Milano, presso la Residenza Arzaga, in via Arzaga 1, nell’ambito delle attività promosse dal progetto Kesher, voluto e realizzato, tra gli altri, dalla Comunità ebraica ambrosiana.

Claudio Vercelli

(6 marzo 2016)