Insegnare arabo, insegnare religione

La lingua araba sta avendo grande successo in ogni livello di insegnamento, a partire dall’università Cattolica che a Milano ha lanciato l’insegnamento dell’arabo dal 2007 e oggi ha 600 studenti iscritti a questi programmi (Corriere Milano, 4 marzo). I posti verranno presto raddoppiati, per poter aprire i corsi su tutti i livelli, e anche agli esterni. Sono molte le valutazioni positive, e a livello professionale la lingua è molto ricercata, ma non mancano le polemiche, come quella sollevata da il Giornale, il 9 marzo, che scrive, sotto l’occhiello “L’assurda iniziativa di una scuola elementare”: “Bambini imparate l’arabo, così potrete integrarvi nella terra d’accoglienza chiamata Italia”. L’iniziativa causa della polemica è di una scuola elementare di Molinella, nel Bolognese, dove è stata annunciata l’apertura di corsi (non obbligatori e fuori dall’orario normale) di arabo, per garantire una migliore integrazione linguistica e culturale agli alunni residenti nel territorio, avvicinando costumi, linguaggi e tradizioni. Anche il Tempo, lo stesso giorno, presenta negativamente la notizia, mentre il presidente della comunità siriana, Nabil al Mureden, soddisfatto per l’avvio dei corsi, ha commentato: “Tra qualche mese magari i bambini si saluteranno anche in arabo davanti scuola. Volevamo promuovere una nostra scuola fuori dalle moschee, tenere fuori la religione. L’autore dell’articolo, Andrea Acali, aggiunge: “Ci si potrebbe anche stare. Se non fosse per l’atteggiamento di subalternità culturale sempre più diffuso nelle istituzioni scolastiche. Dove è appena il caso di ricordare ad esempio la cancellazione di canti natalizi e recite ritenuti offensivi, l’abolizione presepi perché potrebbero urtare la sensibilità religiosa di altre confessioni, l’introduzione di menù multietnici nelle mense. Dimenticando, invece, che chi arriva nel nostro Paese ha il dovere di adeguarsi a cultura, tradizioni e usanze secolari, patrimonio del nostro tessuto sociale. Solo allora, su un piano di reciproco rispetto, si potrà pensare ad approfondire la conoscenza di altre realtà. L’impressione, al contario, è che si corra dietro a un errato concetto di integrazione, dimentican- do troppo facilmente la nostra storia e le nostre radici per un buonismo che fa solo danni”. Dure le reazioni del centrodestra: “La scuola italiana dovrebbe insegnare la nostra cultura ai figli degli immigrati e non il contrario”, ha affermato un consigliere regionale, e il senatore di Forza Italia Marco Marin, vicepresidente della Commissione Istruzione di Palazzo Madama ha aggiunto: “Noi non ci vergogniamo della nostra storia e siamo orgogliosi di essere italiani. Abbiamo le idee chiare e continueremo ad opporci alla volontà del premier abusivo di introdurre una cittadinanza facile”.

Insegnare religione. “La laurea ideale? Quella dei prof di religione.” La notizia, apparsa il 5 marzo su LiberoMilano, colpisce: l’80 per cento degli iscritti all’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Milano trova rapidamente lavoro, e tra gli allievi ci sono anche molti studenti musulmani. “I dati nelle mani della Curia parlano chiaro: nonostante l’ora di religione sia facoltativa, dietro ai banchi delle scuole statali presenti nel territorio della Diocesi di Milano (che comprende anche i comuni delle province come Lecco, Varese e Monza) rimane il 60% degli studenti e questo giustifica l’aumento della richiesta di nuovi docenti pronti a insegnare”.La Licenza in Scienze Religiose, che corrisponde a alla Laurea magistrale dell’ordinamento italiano si suddivide in un indirizzo pedagogico-didattico (finalizzato esclusivamente alla formazione dei prof di religione cattolica nella scuola pubblica) e in quello pastorale-ministeriale (per un servizio pastorale nella Chiesa) e il bisogno di docenti dà la possibilità agli studenti che abbiano già passato gli esami del secondo anno della triennale la possibilità di entrare nel giro delle supplenze scolastiche.

Ada Treves twitter @atrevesmoked

(11 marzo 2016)

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