Ankara-Gerusalemme, riconciliarsi è possibile
Nelle scorse ore i rapporti tra Israele e Turchia sono tornati al centro della scena. È per il motivo più tragico: il terrorismo. La bomba esplosa sabato mattina in una via centrale di Istanbul ha infatti investito un gruppo di turisti israeliani, uccidendo tre persone e ferendone altre undici (oltre trenta il numero complessivo dei feriti). Yonathan Suher, Simha Dimri, Avraham Goldman i nomi delle tre vittime israeliane. Chi ci sia dietro l’attacco terroristico non è ancora chiaro ma i due governi, di Ankara e Gerusalemme, hanno fatto sapere di essere in stretto contatto per comprendere cosa sia accaduto. Al Premier israeliano Benjamin Netanyahu i giornalisti hanno chiesto se questo grave episodio potrà agevolare i negoziati per la riconciliazione con la Turchia, con cui i rapporti diplomatici sono entrati in crisi dopo la vicenda della nave Mavi Marmara. “Stiamo ancora discutendo”, ha affermato il Premier, sottolineando che l’accordo non è ancora arrivato a causa di “fondamentali differenze su cui stiamo cercando un punto di incontro. Ci sono stati dei progressi e speriamo che continueremo a farne”. Sul tavolo sono molti i punti di contatto: tra questi la cooperazione economica, in particolare sul fronte turistico – tenendo presente che nel 2015, nonostante tutto, la Turchia è stato il paese più visitato dai turisti israeliani – e la collaborazione sull’energia, con il progetto di collegare i due paesi con un gasdotto, cosa che permetterebbe a Israele di fornire ad Ankara e a milioni di turchi il gas estratto dalla piattaforma off-shore Leviathan. Ma vi sono anche questioni profondamente divise a cui metter mano, tra cui proprio il terrorismo. Il ministro Moshe Yaalon ha infatti ricordato come in Turchia trovi riparo una cellula del gruppo terroristico di Hamas, a cui le autorità turche lasciano libertà di operare. Un elemento incompatibile per Gerusalemme per arrivare a una possibile riconciliazione.
È peraltro dal “fattore Gaza” che è nata l’attuale frattura tra i due Paesi, un tempo stretti alleati. La crisi diplomatica è infatti iniziata con il conflitto nella Striscia del 2008 e acuitasi con il caso internazionale della Freedom Flotilla, una piccola flotta di imbarcazioni formate da militanti filopalestinesi che nel 2010 cercò di forzare il blocco navale imposto su Gaza: sulla più grande delle navi, la Mavi Marmara, le forze di sicurezza israeliane intervenute si scontrarono con uomini armati di spranghe e bastoni; i militari, nella ricostruzione redatta da Tsahal, risposero all’aggressione e aprirono il fuoco. Nove persone, tutte di origine turca, persero la vita nello scontro. A distanza di tre anni da quei fatti, il governo israeliano, guidato da Benjamin Netanyahu si scusò ufficialmente con Istanbul per l’incidente (nel corso della visita del presidente Barack Obama in Israele, Netanyahu telefonò al presidente turco Erdogan) e si impegnò a garantire un risarcimento alle famiglie delle persone rimaste uccise. Il conflitto a Gaza del 2014 ha segnato l’ennesimo allontanamento tra i due paesi con le feroci critiche pubbliche di Erdogan e del suo governo a Gerusalemme, supportate con offese ad alcuni ministri israeliani. Negli ultimi mesi, complice la crisi tra Turchia e Russia a causa del conflitto siriano, Ankara è tornata ad aprire le sue porte ai diplomatici d’Israele per cercare una riconciliazione.
E sul piatto ha messo un progetto da 5 miliardi di dollari per la ricostruzione di Gaza, includendo la realizzazione di un porto. Una prospettiva, quella di ridare uno sbocco operativo sul mare alla Striscia, che le autorità israeliane hanno preso in esame. Per oltre un anno funzionari della sicurezza e commerciali israeliani hanno studiato i numerosi aspetti, amministrativi e logistici, di un porto palestinese, definendo almeno cinque opzioni e delineando quali problematiche presenta ciascuna di queste. Le opzioni vanno da un porto in mare aperto e a un aeroporto sul modello olandese, ad uso privilegiato del porto israeliano di Ashdod o del porto egiziano di Al Arish. I turchi, che vogliono avere un ruolo da protagonisti nel progetto, spingono per la costruzione di un porto a Gaza. In ogni caso Israele è disponibile a discuterne, a maggior ragione dopo le preoccupate analisi del generale di Tsahal Herzl Halevi, che parlando alla commissione sicurezza della Knesset ha spiegato che “se non ci sarà un miglioramento a Gaza, Israele sarà la prima a subire le conseguenze quando la situazione esploderà”.
L’opzione turca non è stata scartata ma Gerusalemme chiede garanzie, e la libertà concessa a Hamas in Anatolia non è un buon punto di partenza. D’altra parte, nonostante vari dissapori, i rapporti commerciali tra i due paesi non hanno seguito l’iter diplomatico: qui non c’è stato nessun arresto, anzi. “Il commercio bilaterale turco-israeliano è quasi raddoppiato, passando da 3 miliardi di dollari nel 2010 a 5,6 miliardi del 2014”, scrive il quotidiano turco Hurriyet. Business is business. E quest’ultimo è un buon viatico per la stabilizzazione dei rapporti e per avviare alla riconciliazione, come spiegava l’economista Aviram Levy su Pagine Ebraiche: “l’interscambio commerciale tra Israele e Turchia crea posti di lavoro e diffonde benessere nei due paesi, il che rappresenta di solito un elemento stabilizzante”. Un fattore chiave in un’area, come dimostra il sanguinoso attentato di ieri a Istanbul, in cui le forze che spingono per la destabilizzazione assumono di continuo nuove maschere.
Daniel Reichel