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Yemen

GPOHZ-netanyahu-yemenSono atterrati all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv in piena notte. Il primo a scendere è stato un uomo in abito nero e copricapo tradizionale. Poi una madre in un lungo vestito nero, velata, in braccio un bimbo addormentato. E poi il rabbino, con il suo prezioso rotolo della Torah, vecchio di almeno 500 anni.
Era la conclusione felice, nella notte fra domenica e ieri, di una missione top secret per portare dallo Yemen a Israele gli ultimi ebrei che ancora vivono nel Paese in piena guerra civile, sottoposto a blocco navale e aereo. In 19, superstiti di una comunità che fino al 1949 contava 50 mila persone, sono stati tratti in salvo dalla capitale Sanaa e dalla cittadina di Raydah. I dettagli della missione, condotta con l’aiuto degli Usa, non sono stati svelati. Non è chiaro se le famiglie siano state portate in salvo via terra o direttamente in aereo. Restano ancora una cinquantina di ebrei nel Paese e la riservatezza serve a coprire una via di fuga che potrebbe essere riutilizzata. L’Agenzia ebraica, l’ente semi-statale che ha coordinato l’operazione, ha solo detto che il primo punto di accoglienza è stato a Beersheba, nel Sud di Israele.
L’ipotesi più probabile è che un piccolo aereo da trasporto sia atterrato su qualche pista secondaria, i 19 siano stati condotti su fuoristrada, fatti salire, portati in uno scalo amico e di lì imbarcati verso Israele. La seconda ipotesi è che abbiano viaggiato via terra, con il consenso dell’Arabia saudita. L’operazione è stata condotta in due fasi – prima 2 persone, poi 17 – e ha richiesto un mese di preparativi.
Le condizioni di sicurezza degli ebrei yemeniti si sono degradate nell’ultimo decennio. Prima l’ascesa di Al Qaeda, che oggi controlla un terzo del Paese, poi la guerra civile fra i ribelli sciiti Houthi che nel febbraio 2015 hanno conquistato la capitale Sanaa e la coalizione sunnita guidata dall’Arabia saudita che cerca di rimette in sella il presidente in esilio Abd Rabbuh Mansur Hadi. Solo negli ultimi giorni, dopo un raid saudita che ha fatto 100 morti in un mercato, è stato raggiunto un accordo per una tregua.
Nella capitale si sono moltiplicati gli slogan e i cartelli «Morte all’America, morte a Israele». Le ambasciate americane e britannica hanno chiuso. Vicino a quella statunitense, in un compound protetto dalle autorità, vivono gli ultimi ebrei di Sanaa. A Raydah, nel 2012, è stato ucciso l’ultimo insegnante di ebraico, Aharon Zindani. La sua famiglia, 5 persone, è fra quelle portate in salvo, insieme ai resti di Zindani che saranno sepolti in Israele. Nel 2015 una ragazza ebrea è stata rapita, costretta a convertirsi e a sposare un musulmano.
Il blitz ha ricordato l’operazione «Tappeto magico», un gigantesco ponte aereo che fra il 1949 e il 1950 aveva condotto in Israele la quasi totalità della comunità ebraica, presente nello Yemen dal I secolo avanti Cristo. «Questo capitolo nella storia di una delle più antiche comunità ebraiche si sta concludendo – ha commentato il presidente dell’Agenzia Ebraica, l’ex dissidente sovietico Natan Sharansky -. Continuerà a dare il suo contributo in Israele».

Giordano Stabile, La Stampa, 22 marzo 2016