L’economia della paura
Continueranno, se ne può stare certi. Il come, il quanto e il dove è una variabile dipendente dalle circostanze, in sé mutevoli, dello scenario geopolitico internazionale così come delle dinamiche interne ai gruppi del radicalismo islamista. Ma è certo che continueranno a distribuire terrore e a dispensare panico poiché senza l’uno e in mancanza dell’altro non esisterebbero. Il nocciolo stesso del fondamentalismo a base religiosa, nella sua versione islamista, sta nel ricorso esibito, rivendicato, ripetuto alla violenza contro i civili indifesi. Si legittima in tali termini. In Europa come nel resto del mondo, laddove si trova ad operare. Il resto, lo usa come mero strumento di corredo. Non c’è uno straccio di programma politico, al di là delle strologate sul “califfato”, che non sia quindi quello condensabile nell’esercizio sistematico della forza. La vera “grande Umma”, la chiamata a raccolta di tutti i credenti, contro la persistenza degli infedeli e dell’apostasia, si basa sulla forza di attrazione che il ricorso alle “vie di fatto” esercitata su una parte del pubblico. L’effetto è amplificato dal sistema mediatico, che moltiplica l’eco dirompente degli attentati. Il fenomeno, in sé, è per molti aspetti moderno, ovvero completamente inserito dentro le dinamiche di una globalizzazione che diventa anche socializzazione della paura. L’angoscia è un buon collante nelle perverse strategie per alimentare la contrapposizione e la chiusura in un piccolo universo claustrofobico. Se si cede ad essa, il terrorismo avrà già vinto, quanto meno sul piano della sua più assoluta amoralità, che si basa non sul costruire qualcosa (fosse anche solo di alternativo all’esistente) ma nel distruggere legami, scambi, relazioni e reciprocità. Il vuoto gli è consustanziale, essendo ciò che in fondo cerca, senza neanche andare a scomodare il nichilismo o cos’altro per parte nostra. Non di meno, tuttavia, conta anche il senso di impotenza che sta diventando la cifra di un certo comune sentire. A pesare, infatti, non è solo l’ondata di violenza terroristica, che pare a tratti inarrestabile, ma anche la diffusa sensazione di inanità e di inettitudine che promana da parte delle autorità pubbliche. La quale concorre ad alimentare una condizione di apprensione che si trasforma, successivamente, in esasperazione e quindi in reazione aggressiva. Quanto meno sul piano dei risentimenti collettivi. Non è solo un deficit dei singoli Stati ma, più in generale, dell’intera Unione europea che su una questione strategica come quella della risposta alla violenza jihadista sembra ondeggiare tra richiami di principio, esibizioni muscolari ad uso e consumo del momento e retoriche dell’integrazione che, per come sono formulate, si manifestano già vuote nel momento stesso in cui vengono espresse. Invero, senza grande convinzione dai loro cantori. Due sono i capi della questione con la quale abbiamo a che fare: da un lato il problema del riconoscimento e dall’altro quello della protezione. Entrambi hanno una dimensione sociale e civile così come un aspetto organizzativo e operativo. Nel primo caso si tratta di riconfigurare completamente le politiche sociali comunitarie. Non guardare in faccia al mutamento socio-demografico delle nostre società, continuare a mantenere in piedi un complesso e oneroso edificio pensato per un’altra epoca implica, inevitabilmente, consegnare chi non si sente riconosciuto né protetto da tale stato di cose al rancore, alla marginalità (reale o percepita che sia), alla rabbia. Che sia una persona di origine ‘comunitaria’ oppure immigrata nel Continente o figlia di immigrati e così via. L’Unione sta fallendo in questo fondamentale obiettivo, chiusa com’è, invece, in una condizione sospesa tra solipsismi tecnocratici, estraneità ai processi sociali, rimandi a vuote parole che indicano, nel momento stesso in cui vengono pronunciate, la mancanza di una strategia condivisa. La presenza di comunità d’immigrati è una sfida da più punti di vista, a partire da quello dello culturale. Non la si risolve con le prediche o con il sentimentalismo a basso prezzo. Nel secondo caso, la protezione, il discorso, peraltro fortemente collegato al tema del riconoscimento, è di come si riesca a mettere in sicurezza intere società dal rischio di una loro segmentazione in piccoli gruppi, tra di loro poi in conflitto. Alla pericolosissima pervasività del jihadismo – che non è un fenomeno che si alimenti della sola “povertà” economica, della marginalità sociale, delle vessazioni “subite ma ha una trasversalità politica potente, presentandosi come l’azione per il “riscatto”, il vero strumento di autoaffermazione dinanzi ad un Occidente raffigurato come il male personificato – si deve dare una risposta non solo coordinata ma agita su più piani. Il fatto stesso che sul banco di prova dei profughi, e della pressione esercitata alle singole frontiere nazionali dai migranti, le risposte siano state invece quelle che abbiamo registrato, la dice lunga sul fallimento di quello che è, nei fatti, un non modello, condensato nell’occasionalità e nella singolarità delle condotte. Il terrorismo islamista si presenta come un soggetto mobile, capace di adattarsi alle situazioni date, ideologicamente anti-sovranista. Si alimenta della crisi dei confini, del declino delle linee di separazione, della sovrapposizione tra precarietà e insicurezze. Non è un caso se ad esso partecipino anche dei non musulmani oppure, più spesso, soggetti che hanno una scarsa formazione religiosa ma una forte motivazione ideologica. Poche idee, attaccate con lo sputo ma una familiarità con la violenza che diventa il filo conduttore di identità tanto deliranti quanto razionali nel farsi guidare verso orizzonti di distruzione. Cosa siamo stati capaci di opporre a ciò, almeno fino ad oggi, se non la finzione di potere mettere sotto il tappeto la polvere dell’inettitudine politica, è veramente un punto problematico dal quale dovremmo ripartire. Ma il dubbio che si preferisca perseverare sulla strada dell’insipienza e dell’incoerenza è più che mai fondato, purtroppo.
Claudio Vercelli
(27 marzo 2015)