Rav Bahbout: “La società deve interrogarsi”
In principio furono gli ebrei tedeschi e quelli italiani che abitavano nelle zone limitrofe di Venezia, poi gli spagnoli e infine i levantini. Una popolazione che al suo picco massimo raggiunse i 5000 individui concentrati in uno stretto spazio vitale. Questo è il Ghetto di Venezia, un luogo concepito come strumento di controllo sociale dalla Serenissima e poi di fatto divenuto, con tutti i limiti del caso, luogo di incontro tra popoli e culture. Un laboratorio sperimentale di genti dalle origini e tradizioni diverse che, proprio nello storico crocevia fra Oriente e Occidente, dovettero imparare a convivere scendendo spesso a compromessi per affrontare unitamente le condizioni ostili in cui versavano.
Da questa fucina multiculturale nella segregazione emersero personaggi decisamente singolari: Leon da Modena in primis, rabbino brillante che giocava a dadi, che oltre a scrivere libri dissipò enormi quantità di denaro. Simone Luzzatto, prominente rabbino e straordinario polemista, che in un momento di crisi scrisse un testo a difesa dell’importanza economica degli ebrei a Venezia, facendo rientrare un’espulsione ormai annunciata. Infine Sara Copio Sullam poetessa e figura singolare che ospitò nel suo salotto letterario nobili veneziani e che a causa del suo anticonformismo fu accusata di aver negato l’immortalità dell’anima. Un mosaico di esperienze personali e condivise che per secoli attraversarono e si intrecciarono alla storia della Serenissima ben oltre quelle porte entro le quali erano rinchiuse.
A distanza di 500 anni ci si interroga ora se del Ghetto degli ebrei sia rimasto solo un museo a cielo aperto o se persistano ancora le radici di quello spirito identitario che Simone Luzzatto definiva “l’identità dell’essenzialità”.
“Un quesito di non facile soluzione” ammette Rav Scialom Bahbout, rabbino capo della Comunità ebraica di Venezia da meno di due anni, ma che all’apparir del vero conosce profondamente le consuetudini e le persone che da sempre hanno caratterizzato il microcosmo dell’ebraismo veneziano.
Quest’anno il 29 marzo 2016 saranno 500 anni dal giorno in cui venne istituito il Ghetto di Venezia. Quali sono i motivi secondo lei che ci spingono a ricordare questa ricorrenza?
Gli ebrei hanno sempre considerato la memoria un elemento fondamentale, nei secoli hanno di sicuro ricordato gli eventi positivi e ancor più quelli negativi. Il termine Zakhor, ricorda, è un imperativo e tale memoria deve essere scolpita nel nostro cuore. In ogni caso la nascita del Ghetto è un problema esterno al mondo ebraico e non degli ebrei.
Cosa intende dicendo che è più un problema esterno?
È un problema della società civile che dovrebbe interrogarsi sul perché si è deciso di rinchiudere gli ebrei nel Ghetto, di prendere delle persone e di rinchiuderle in un serraglio limitando la loro autonomia. Gli ebrei hanno sempre voluto mantenere la propria identità, espressa però nella libertà e non nell’isolamento. Gli anticorpi non sono ancora ben sviluppati e prima che possano essere riproposte soluzioni simili sarà meglio fare un’attenta riflessione. In questo il ricordo della nascita del primo Ghetto può essere fondamentale.
Come è stato affrontato nei secoli dal mondo ebraico il problema della separazione?
I quartieri ebraici, le giudecche, sono sempre esistiti, nel meridione ad esempio erano presenti da prima del ‘500, quartieri dove gli ebrei si riunivano spontaneamente in libertà e dove non esistevano mura a isolarli dalla società circostante. Il ghetto è stata un esperienza obbligata che di certo non ha aiutato il confronto con il mondo esterno. Di certo l’esperienza del ghetto di Roma fu una realtà più feroce rispetto a quello di Venezia dove molte delle imposizioni paventate non vennero messe in pratica e dove le continue minacce di espulsione non vennero mai messe in atto veramente.
C’è da ricordare poi che il ghetto durante la giornata era in continuo fermento, un crocevia di interessi commerciali e culturali.
La reazione migliore fu quella di sviluppare le proprie risorse peculiari aprendosi al mondo nonostante la segregazione. Mercanti, poeti, letterati e figure di spicco che influirono sul sentire della società esterna al Ghetto e che diedero un contributo cruciale alla cultura ebraica mondiale, si pensi solamente al peso che ebbe l’editoria veneziana nella produzione dei testi ebraici.
Un’editoria in ebraico più che ebraica visto che nella realtà un ebreo non poteva propriamente stampare i libri, ma solo collaborare alla loro realizzazione.
I grandi stampatori veneziani, da Bragadin a Giustinian, si avvalevano di correttori di bozze e curatori di testi ebrei e si contendevano il diritto di stampare i testi fondamentali della tradizione ebraica. Venezia è conosciuta nel mondo ebraico proprio per la quantità di libri in ebraico stampati. Si pensi al Talmud di Gerusalemme e alla struttura attuale del Talmud babilonese, con il testo della Mishnà al centro e i commentari ai lati, che fu realizzata per la prima volta dal tipografo Daniel Bomberg agli inizi del ‘500 proprio a Venezia.
Cinquecento anni di separazione che hanno però unito diverse tradizioni ed ebrei provenienti da realtà culturali agli antipodi.
Gli ebrei per motivi spesso pratici hanno fatto sempre di necessità virtù, hanno cercato di trovare ciò che poteva unirli senza lasciarsi vincere dallo sconforto. Di certo le differenti nationi del Ghetto erano diverse per lingua, costumi e condizioni economiche. Da una parte i tedeschi e gli italiani dediti ai banchi di pegno e alla strazzaria dall’altra i ponentini e i levantini grandi mercanti internazionali. L’elemento religioso li accomunava, ma per molto tempo, fino alla nascita del giudaico-veneziano, mantennero le loro lingue di origine: l’yiddish, il ladino. Si può dire che da un certo punto di vista il Ghetto ha però rappresentato un’esperienza che ha permesso la conservazione dell’identità ebraica per quegli ebrei sparsi per il mondo a rischio di assimilazione.
Esempio di questa commistione risulta essere il minhag veneziano. Di certo il minhag veneziano (complesso di liturgie sinagogali) è unico al mondo: un insieme di influenze provenienti dalle singole nazioni del Ghetto, riti diversi su come ordinare le singole preghiere e arie di provenienza prima ashkenazita poi sefardita con influenze italiane. Difficile identificare le specifiche contaminazioni, sarebbe però interessante avviare uno studio approfondito in merito.
Quali benefici auspica che portino i 500 anni del Ghetto alla Comunità ebraica di Venezia?
La Comunità di Venezia è già una realtà internazionale. Dobbiamo captare maggiormente il turismo culturale ebraico rendendo il ghetto un centro vitale di studi sull’ebraismo. Oggi la massa critica è determinata dal turismo mordi e fuggi che visita le sinagoghe, il museo ebraico, magari viene al tempio a Shabbat. Dobbiamo diventare una comunità luogo di studio aperto che offra al mondo strumenti culturali unici. I 500 anni del Ghetto possono essere l’occasione per affermare che tale luogo non può essere un’icona sterile, ma deve rappresentare un esempio di vita e cultura ebraica. Dobbiamo attuare un Tikkun Olam, un perfezionamento del mondo, a partire da un perfezionamento della realtà ebraica veneziana. Credo che una visione dall’esterno possa aiutarci a un’analisi più profonda del passato per ragionare in conclusione su quello che vogliamo per il nostro futuro.
Michael Calimani, Pagine Ebraiche, Marzo 2016
(Foto di Paolo Della Corte)