L’erba della Rai – Quei lunghi minuti di imbarazzo

Schermata 2016-04-15 alle 14.47.06Le interviste a Tzipi Livni ed Etgar Keret, annunciate con grande evidenza nei giorni precedenti? Non c’è tempo per la diretta, neanche per un rapido passaggio. Chi vuole se le andrà a vedere sul sito. Per parlare di Israele meglio affidarsi a un noto intrattenitore, che si spaccia per esperto di Medio Oriente e che senza alcun contraddittorio si lancia nei consueti strali. Israele il cattivone, Israele che è tutto sbagliato, Israele che pratica “apartheid”.
Aprendo la puntata dell’Erba dei vicini, il programma di approfondimento che conduce su Raitre, Beppe Severgnini aveva assicurato il massimo impegno. Perché parlare di Israele è una sfida affascinante, un esercizio non semplice per un’informazione troppo spesso incline ai cliché e alla superficialità. “Questa sarà la puntata più difficile e più bella dell’Erba dei vicini” la promessa del giornalista cremasco. Una promessa rispettata soltanto a metà. Perché nonostante il genuino interesse e l’ammirazione che Severgnini ha dichiarato di provare per la “vivace” e “dinamica” società israeliana, il programma è stato piuttosto deludente. E in alcuni frangenti decisamente imbarazzante.
Rare le eccezioni. Come l’intervento del demografo Sergio Della Pergola, una delle storiche firme di Pagine Ebraiche, che nei pochi minuti concessi ha cercato di portare ogni riflessione sul piano della complessità. Perché di pace, dialogo, rispetto reciproco si può parlare solo con dati e competenza, non affidandosi al qualunquismo di chi mette sullo stesso piano un governo democraticamente eletto, che potrà anche non piacere ma che è scelto da cittadini liberi, e una feroce dittatura votata all’integralismo e alla negazione dei più elementari diritti. L’illustre studioso ha reso chiaramente questa diversità, leggendo ad esempio un articolo dello statuto di Hamas, il gruppo terroristico al governo della Striscia di Gaza, che invita all’uccisione di ogni ebreo sulla faccia della terra. O ancora ricordando come Israele sia costretto a convivere, sin dalla nascita, con una persistente minaccia di invasione da parte dei suoi bellicosi vicini. Israele fa tanti errori, ha fatto capire Della Pergola, ma senza il riconoscimento di questa complessità è difficile andare oltre in ogni valutazione realmente pertinente.
La trasmissione ha seguito però un altro copione. Qualche spunto interessante, con servizi che hanno raccontato il vibrante mondo delle start-up, l’orgoglio dei giovani che prestano il servizio militare obbligatorio, i delicati equilibri di una nazione in cui l’anima religiosa e quella laica rischiano talvolta di entrare in conflitto. Ma una impostazione di fondo che, anche tra il pubblico, non ha mancato di suscitare alcuni interrogativi.
Fuori Tzipi Livni ed Etgar Keret, due protagonisti di primo piano della vita politica e culturale d’Israele. Ci sono invece il noto intrattenitore e Gad Lerner, che di Israele certamente cittadini non sono. Il giornalista ci scherza sopra: “Non sono tanto sicuro che Israele sia felice di essere rappresentato da me stasera”. L’intrattenitore appare quasi surrealistico per la scarsa conoscenza del mondo e della realtà di cui pretende di parlare.
Significativa invece la scelta di dedicare la puntata alla memoria di Vittorio Dan Segre, indimenticabile intellettuale, giornalista ed eroe di Israele. E riuscite le testimonianze di Lior Misano, 23enne romana trasferitasi a Tel Aviv che parla dell’esercito e delle responsabilità che l’hanno fatta maturare molto più in fretta che in Italia, e di Astorre Modena, un imprenditore che ha fatto l’aliyah e che illustra alcuni validi esempi sul perché la “start-up nation” sia oggi così appetibile per investimenti.
Ogni tanto si vota. Tre domande generali, il pubblico (in studio e a casa) chiamato ad esprimersi nel merito. Dove è più proficuo investire in start-up? Dove è più semplice essere laici? Dove vive meglio un giovane? La risposta dopo i servizi e gli approfondimenti in studio. Per la cronaca, l’Italia vince per 4 a 2.
La puntata si conclude con Severgnini che, a telecamere spente, racconta di una difficile conduzione. Un collegamento saltato, l’audio ballerino.
“Non è stata semplice, ma nel complesso ce la siamo cavata” dice Bsev. Qualcuno forse non sarà d’accordo.

Adam Smulevich

(15 aprile 2016)