Diario del soldato – Amici
Facciamo parte dello stesso battaglione.
Io da Milano, lui da Holon: in comune solamente un’incolta barba nera.
Dal primo istante creiamo un amicizia intensa e profonda, tanta solidarietà in un posto così ostile non si era mai vista prima d’ora.
Ridiamo e scherziamo, ci perdiamo ogni tanto in qualche discorso vagamente intellettuale, giusto appena sopra la media.
Mi vede con la kippa in testa, discutiamo animatamente sull’esistenza di Dio e sui precetti cardine della religione ebraica.
Mi racconta, a sua volta, del suo nuovo tatuaggio sull’avambraccio. Provo inutilmente a capire il motivo per il quale abbia deciso di arrivare a centovent’anni con un macchia tanto indefinita sulla pelle; un nobile tentativo da parte mia, ma del tutto fallito.
Decidiamo dunque di consacrare il nostro legame con un atto di straordinaria fedeltà e, a tre settimane dal fatidico giorno in cui ci siamo conosciuti, arriva finalmente l’amicizia su Facebook e su Instagram.
Yoav, questo è il suo nome, rimane ad osservare lo schermo in frantumi del suo cellulare.
“Hai lo stesso cognome della mia mamma.”
Qualche colpo di telefono, una breve ricerca ed ecco che il mistero è risolto: i nostri nonni sono cugini di primo grado, i nostri bisnonni sono fratelli.
Immagino d’un tratto i nostri antenati, ignari di ciò che gli avrebbe succeduti, dispersi in un piccolo villaggio della Persia di allora, seduti intorno ad un tavolo di Shabbat a cantare inni colmi di speranza e a sognare uno spicchio terra, uno stralcio di libertà.
E mi scappa un sorriso.
Sono certo che sarebbero stati orgogliosi di sapere che le loro generazioni future si sarebbero finalmente riunite un giorno lontano, in divisa, in difesa di un popolo che non smetterà mai di stupirci.
Un popolo talmente piccolo da considerarsi una grande famiglia.
E che, a volte, lo è per davvero.
David Zebuloni
(20 maggio 2016)