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L’Europa in crisi di identità teme il contagio dei populismi

Gli austriaci ‘europei” hanno salvato l’Austria da sé stessa. Ma la vittoria di misura dell’outsider Van der Bellen non cambia l’immagine di una nazione un tempo aperta e tollerante e oggi spaccata in due, con metà della popolazione in preda alle paure, ai rancori, ai fantasmi di un improbabile nazionalismo. Perché a questo, in termini politici, si riduce il populismo di destra che sta dilagando in Europa e nel mondo. La voglia di muri, il rifiuto del diverso, la riscoperta del passato e del tradizionalismo religioso, il ripudio dell’Europa in nome di una sovranità immaginaria sono il linguaggio con cui, oggi, si esprime il nazionalismo delle destre. Un’infezione che ha insanguinato il Novecento e che sta tornando ad ammorbare il nuovo secolo. E il contagio non è solo europeo. L’ascesa di Donald Trump negli Stati Uniti fa scoprire una destra americana perfino peggiore di quella ideologica dei “Neo-con”. A Mosca Vladimir Putin da anni ormai governa in nome del neo-nazionalismo russo confortato dal massiccio sostegno degli elettori. In Turchia Erdogan cavalca l’involuzione del suo partito da forza moderata e democratica a regime autoritario, nazionalista e confessionale. Sarebbe illusorio pensare che l’Europa possa essere immune dal ritorno del virus nazionalista solo perché è il continente che ne ha più sofferto gli effetti nefasti. Oggi partiti di populisti e nazionalisti di destra sono al governo, da soli o in coalizione, in sette Paesi dell’Unione europea. In Polonia domina il partito Legge e Giustizia di Jaroslaw Kaczynski, conservatore, nazionalista, ultracattolico, naturalmente anti-europeo e accusato di attentare alle istituzioni democratiche del Paese. Della stessa pasta, in Ungheria, è Fidesz, il partito del primo ministro Viktor Orban, che sebbene faccia parte del Ppe è diventato il capofila dei populisti est-europei. In Slovacchia, il Partito nazionale polacco, che si definisce nazional-socialista, fa parte del governo di coalizione. In Finlandia il Partito nazionale finlandese è al governo in coalizione con altri due partiti di destra. In Lettonia i nazionalisti di Alleanza Nazionale sono anche loro in un governo di coalizione. Come i cugini lituani di Ordine e Giustizia. Persino in Grecia, a fianco dell’estrema sinistra di Syriza, il partito di Tsipras, sono al governo i nazional-populisti di Anel, i Greci Indipendenti. Che comunque sono meglio dei neo-nazisti greci di Alba Dorata, la cui forza elettorale è ormai consolidata. Ma anche dove non sono arrivati al governo, i nazional-populisti sono in crescita in quasi tutta Europa. In Francia il Front National di Marine Le Pen è arrivato primo alle elezioni europee. In Gran Bretagna lo Ukip di Nigel Farage ha raggiunto il 27 per cento dei voti alle ultime elezioni europee e sta trascinando il Paese verso un referendum per l’uscita dalla Ue che si preannuncia a dir poco combattuto. In Olanda il Partito della Libertà di Geert Wilders è un attore che condiziona pesantemente la scena politica. In Austria il Partito liberale di estrema destra ha appena ottenuto il 50 per cento dei consensi per il suo candidato alla Presidenza della Repubblica. In Italia la Lega di Salvini cerca di proporsi come partito nazionale e di monopolizzare l’area della destra dopo la crisi di Forza Italia. Persino in Germania, in nazionalisti anti-europei di Alternative fuer Deutschland hanno raggiunto il 24 per cento dei voti alle ultime elezioni in Sassonia-Anhalt. Questa marea montante del nazional-populismo sta modificando profondamente il panorama politico europeo, costringendo spesso i partiti tradizionali di centro-destra e centro-sinistra a coalizzarsi per arginarne l’avanzata. O, come nel caso delle elezioni presidenziali austriache, spingendo direttamente gli elettori di fede democratica ad unirsi sul nome di un unico candidato. Dopo le elezioni del 2014 il Parlamento europeo è diventato il più significativo laboratorio di questo esperimento. Oggi di fatto l’Europa è governata da una grande coalizione che comprende popolari, socialdemocratici, liberali e verdi. Questa alleanza tra centro-destra e centro sinistra, che fino a qualche tempo fa sarebbe stata impensabile, ha votato la fiducia a Juncker e alla sua Commissione e controlla il processo legislativo europeo. Ma è sostanzialmente tenuta insieme dalla necessità di contrastare i partiti anti-europei che hanno già conquistato oltre il trenta per cento dei seggi parlamentari.

Andrea Bonanni, Repubblica, 24 maggio 2015